Ebbene sì: anche le traduzioni, come le persone e come gli alberi, invecchiano. Diventano più pastose, meno immediate, emanano dei raggi meno luminosi. Sembrano più artificiali, più rarefatte, più lontane. Come se appartenessero a un altro mondo, e di fatto non è poi una sensazione così strana: il tempo determina queste e ben altre metamorfosi. Con il cambiamento di una lingua, con l’evoluzione dei costumi, con lo sviluppo della società e con la perenne rimessa in discussione di valori e mentalità, è naturale che una traduzione che andava bene trent’anni fa non sia più adeguata alla nostra epoca.

Immediato è l’esempio della ricezione di un classico della letteratura, per capirci. Un romanzo che magari è stato scritto nel Settecento e che è stato tradotto a cavallo fra le due guerre mondiali, ma che adesso, in quel linguaggio lì, ci sembra a dir poco inaccessibile. Colpa nostra che non capiamo più alcune parole? Colpa di chi ha tradotto? Colpa dello scrittore? Naturalmente, no; non si può parlare di colpe, quando si parla di storie che appartengono al passato, né si può liquidare la questione con un frettoloso Questo autore non fa per me o La traduzione non rende. Le due conclusioni rischiano di essere improprie ed è per questo che, sempre più spesso, i classici vengono oggi ritradotti.

Ci sono state lingue che hanno subito meno variazioni dal Novecento a oggi e per le quali, quindi, non è di particolare urgenza provare a riproporre al pubblico Anna Karenina*, Moby Dick** o Cent’anni di solitudine***. In Italia, invece, si tratta di una necessità impellente, che infatti è stata raccolta da alcuni importanti traduttori e redattori, di uno dei quali vi consiglio un articolo specifico**** in fondo alla pagina, affinché una riflessione al riguardo vi sia suggerita non solo da chi la sfida l’ha già raccolta e, con mezzi e opinioni differenti, è riuscito a portarla a compimento, ma anche da chi ne osserva le conseguenze dall’esterno come noi, in quanto lettore e non, invece, addetto ai lavori.

Non si tratta di una croce esclusiva dei traduttori letterari, comunque. A invecchiare sono anche altri tipi di testo, che anzi in un mondo globalizzato e interconnesso come il nostro sono forse ancora più indispensabili da trattare con elasticità e “modernità”. Pensiamo alle traduzioni ufficiali dei sistemi operativi Windows, per esempio. Con l’ormai giurassico Windows 95 avevamo un pulsante in basso a sinistra del desktop che si chiamava Avvio: chi non c’era o non se lo ricorda lo troverà bizzarro, specialmente perché dopo un po’ è stato sostituito in maniera definitiva da Start, icona dalle funzioni analoghe ma con un nome diverso.

Questo, chiaramente, è uno dei casi più eclatanti, quello che qualunque utente medio riuscirebbe a ricostruire e a confermare, sebbene ci siano state delle modifiche più sottili e “avanzate” di alcuni tecnicismi informatici, legati tanto ai dispositivi quanto alle componenti hardware e software, tanto ai pacchetti Office quanto ai sistemi operativi mobile. Insomma, non è affatto detto che una traduzione che oggi funziona e che soddisfa il suo autore, il cliente e i fruitori del testo stesso vada bene a priori anche in un momento successivo, si tratti di pochi anni, di qualche decennio o di secoli interi.

In altre parole, il lavoro del traduttore non è mai definitivo: non può concludersi per definizione. Ogni tentativo è una riscrittura, ogni variante è una testimonianza a sé stante di una qualche mutazione, sia essa dovuta a contingenze socio-culturali o a qualsiasi altro fattore terzo. Cosa c’è di delizioso nel constatare che le traduzioni, a differenza del vino, invecchiando non diventano migliori? Perché, se ne stiamo parlando in questa sede, qualcosa di delizioso deve pur esserci, no?

Come molte delle delizie di chi fa questo mestiere, anche questa si colloca su un piano per lo più astratto, che ha a che fare non tanto con vantaggi o soddisfazioni pratiche, quanto con dei veri e propri ideali. Per dirla con Enzo Paolo Baranelli, infatti, una ritraduzione non è che «un’operazione di salvataggio volta a dimostrare, ancora una volta, la forza del linguaggio o della lingua trasformata in letteratura»*****. Un’operazione delicata e scomoda, dunque, ma dolcissima e quasi mistica, capace di affermare «il brutale potere della poesia che ci scomoda dalle facili posizioni e convinzioni di anni, per aprirci un mondo nuovo». E scusate se è poco.

 

*Cfr. Intervista a Claudia Zonghetti
**Cfr. E traduci come mangi! Da Moby Dick in poi le migliori (e le peggiori) versioni italiane
***Cfr. Il capolavoro di Márquez meno esotico e più concreto
****Cfr. Buttiamo al macero i classici con traduzioni fossili
****Cfr. La nuova lingua di Moby Dick

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

2 Comments on “Vini e traduzioni: due diversi modi di invecchiare

  1. Eva Luna Mascolino

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