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A Věra Čáslavská

Il capo era chino nel silenzio di note straniere, lontane, troppo lontane da quelle duemila parole che le avevano illuminato l’anima. Era ferma, estranea a se stessa, le dita della mano sinistra si erano accavallate una sull’altra come fossero dentro un’orgia scomposta di ballerini sottopeso. La mano destra, invece, cavalcava irritata verso un futuro che presto sarebbe arrivato. La aspettava una scopa vecchia dentro una palestra con le pareti fredde, intrese di umidità e di sudore. Il piede destro, il suo magico piede destro, si era addormentato.  Quello sinistro, invece, sembrava attaccato su di un altro corpo. Su un corpo bello, ormai non più suo, un corpo dalle gambe affusolate, dall’addome scolpito, morbido e in volo, leggiadro coma la discesa di piuma.

Se ne stava seduta, da sola, dentro la notte illuminata solo dalla luce sbiadita di un lampione lontano, quella luce che le ricordava, e forse aveva dimenticato il perché, il Messico e nello stesso tempo un galleggiante libero dalla lenza in balia della corrente. Se ne stava tutto il giorno in un angolo a recitare la sua parte, ad accavallare i suoi sì come dentro un’orgia composta di figure deformi. Se ne stava in silenzio da anni, parlava solo se interpellata e rideva solo a comando, viveva solo se autorizzata. Il segno sul polso e la caviglia sinistra iniziavano a scolorirsi, era come se il suo corpo si fosse abituato, avesse accolto quel bijoux come un dono. Non le avevano insegnato a dire di No solo perché nessuno di loro poteva farlo, era la sopravvivenza che comandava la loro parola, era il ricatto e la miseria, oltre ai quali c’era solo la disperazione della schiavitù consapevole. Era meglio credere alla libertà, essere inconsapevoli, fare finta di niente, sorridere a comando e dire sempre e solo Sì. Tutto il resto erano solo abbellimenti ai respiri, ornamenti  che si poteva permettere solo nei giorni di festa; mentre la notte, solo nella notte buia e profonda poteva sorridere liberamente, e poteva farlo di tutto e di tutti perché era solo nella notte che una lamella di luce interiore poteva svelarle un piccolo sentore di felicità, una felicità che nelle ore diurne scompariva dentro l’accavallarsi dei minuti che come un’orgia di corpi infetti si trascinava verso un orgasmo simultaneo che mai sarebbe arrivato. Era dentro la sua notte che trovava la pace e la consapevolezza della miseria delle sue corse immaginarie e delle inutili speranze. Ritornava al suo passato senza piangere, restava in silenzio.
Era sempre stata una donna di protocollo fino a quei giorni di giugno, poco prima che tutto diventasse diverso, poco prima che si innamorasse di quelle parole, di quei profondi occhi liberi che guardavano verso l’infinito.  Un infinito dal quale non avrebbe mai più fatto ritorno.

Non le avevano insegnato, prima di quel capo leggermente chino, ad amare di notte, nell’imposizione di uscire oltre le due solo per restare, nella paura, occhi dentro gli occhi con se stessa. Non le avevano detto che avrebbe potuto ridere liberamente anche di giorno, che avrebbe potuto alzarsi e sorridere senza un perché. Non le avevano insegnato a dire di No, e mai l’aveva fatto, e mai l’avrebbe fatto prima di quei tre gradini scomposti dentro un ottobre diverso. Si era scoperta forte grazie a quegli occhi profondi dove si era ritrovata, all’interno dei quali fluttuava come una farfalla pronta all’ultimo volo, non le avevano fatto mai assaggiare la felicità fatta di saliva e sudore, non le avevano insegnato ad amare le parole di notte, dentro la notte cupa. Fino a quel momento nella notte aveva trovato solo un piccolo bagliore dove riflettersi, e adesso invece nella notte tetra e nera aveva trovato le parole che le avevano capovolto la vita dentro l’ultimo meraviglioso volteggio, e l’amore si era fatto largo, era emerso dalla notte per insinuarsi dentro il suo corpo e, sorridendo dentro la luce abbagliante del giorno, gli aveva sussurrato all’orecchio la sua prossima risposta: NO.


È nato in Lucania nel 1986, vive e lavora a Firenze. Nel 2010 ha fondato la Rivista Letteraria L’Irrequieto, che da allora gestisce quotidianamente con dedizione. Condirettore di Radio Senza Frontiere. Co-fondatore di Light Magazine. Per fortuna è insonne. Cerca di sorridere. Fa troppe domande. Quando non cede alla tentazione di perdersi tra i decimali del Pi Greco, lavora. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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