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Questa settimana, intervallando le mie sessioni lavorative con qualche distrazione culturale, ho ripreso a guardare un TED Talk dopo l’altro e a restare sempre a bocca aperta di fronte a nuove scoperte, riflessioni e considerazioni con cui mi sono confrontata grazie alla divulgazione scientifica. Per chi non lo sapesse, infatti, TED sta per Technology Entertainment Design ed è un marchio di conferenze americane gestite dall’organizzazione non-profit The Sapling Foundation, che invita esperti da tutto il mondo a tenere conferenze lunghe di solito dai 5 ai 25 minuti su ideas worth spreading, cioè idee che valga la pena diffondere.

Se teniamo conto del fatto che ogni intervento viene registrato e caricato sul sito ufficiale, il quale promette quindi un nuovo contenuto ogni 24h durante i giorni feriali, capiamo che sarebbe impossibile pensare di doppiare ogni singolo discorso, in particolare verso lingue per cui è difficile mettersi in contatto con traduttori e doppiatori a prezzi accettabili per un’associazione non-profit e in tempi così ridotti. Il risultato è che di solito i TED si trovano sottotitoli in inglese di default e quasi sempre anche in molte altre lingue, fra cui l’italiano.

Proprio nel rivederne una decina nel corso della settimana, mi è venuta in mente l’idea (spoiler: non ancora concretizzata) di candidarmi come traduttrice volontaria verso la mia lingua madre, per incoraggiare la diffusione del sapere e aiutare più persone ad accedere a contenuti a mio avviso interessanti e stimolanti da diversi punti di vista – proprio io che di solito difendo con veemenza l’importanza di essere ben retribuiti nel caso in cui si offra un servizio lavorativo.

Sono improvvisamente diventata incoerente o fan dello stress a titolo gratuito? Posso garantire di no. Offrire una prestazione senza percepire un compenso, infatti, non sempre è una pratica scabrosa e nociva per la categoria di professionisti della quale si fa parte. Certo, ci sono casi in cui festival internazionali, istituzioni pubbliche e grosse multinazionali private stabiliscono a tavolino di riservare compensi pari a zero o quasi per le mansioni svolte da un traduttore qualificato, e in circostanze simili rifiutare a priori di lasciarsi coinvolgere in un sistema che penalizza e sminuisce il ruolo degli esperti di settore è l’unica via per uscirsene con dignità.

In altri casi, però, come quello di organizzazioni umanitarie o associazioni che promuovono la divulgazione – vedi appunto TED, ma anche Translators without borders, Translators4Children et similia –, essere parte attiva nella loro opera di coinvolgimento e sensibilizzazione collettiva fa onore alla professione ed è senza dubbio una maniera sana e ammirevole di investire il proprio tempo libero.

Come ha scritto la traduttrice Chiara Rizzo sul blog doppioverso, dopotutto, si tratta di una pratica «che aiuta ad affinare le proprie competenze, ad acquisirne di nuove e a rimettere in circolo quelle che già hai, perché la traduzione è un mestiere fatto di preparazione teorica […]. Insomma, per come la vedo io se traduco volontariamente in realtà non lo faccio gratis: semplicemente, accetto in partenza di ricevere in cambio del mio lavoro una ricompensa non in denaro»*. L’importante è assicurarsi che i patti siano chiari fin dall’inizio e che l’ente in questione non investa effettivamente in altri campi a scapito della traduzione retribuita, come a volte capita quando si parla di pubblicità, campagne social o progetti grafici.

Che lo si faccia per esercitarsi o per ottenere prestigio e visibilità mentre si contribuisce a una causa in cui si crede, mettere a disposizione la propria competenza non è quindi per forza un’onta, né un’attività da stigmatizzare. Chiaramente può avere degli svantaggi sul piano economico, può rivelarsi una truffa o una forma di sfruttamento, e di conseguenza può ritorcersi contro la persona stessa che l’ha accettata, ma se viene praticata con il giusto spirito e nei contesti giusti può rivelarsi altrettanto spesso una rara delizia fra molteplici croci di cui almeno oggi evitiamo di parlare.

 

*Cfr. Quando tradurre gratis… si può

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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