È vero che questa rubrica è nata per parlare del mestiere del traduttore, ma è anche vero che, come credo di avere già detto, il più delle volte si tratta di una professione che si affianca anche ad altre – vuoi per arrotondare nei periodi di magra, vuoi perché ci si è formati come si deve anche in altri ambiti che si desidera coltivare saltuariamente. Di conseguenza, non vi stupisca se oggi mi focalizzo più nel dettaglio sulle croci e delizie di chi invece lavora come interprete: consideratelo un approfondimento una tantum, che possa però far luce sulle tante difficoltà che riguardano a propria volta questa categoria.

L’input grazie a cui ho preso spunto per parlarne risale alla settimana scorsa, più in particolare a una riunione di redazione in cui abbiamo spulciato il programma del Festival Internazionale del Giornalismo che si è appena tenuto a Perugia. Per molti dei talk previsti era specificato che l’incontro si sarebbe tenuto in lingua inglese, e fin qui niente di strano. O meglio, considerando che il festival si autodefinisce internazionale e che l’unica altra lingua presente era l’italiano, sono rimasta un tantino perplessa. Ad ogni modo, è vero che l’inglese è la lingua franca di diverse comunità di esperti e che, per ragioni pratiche a diversi livelli, una scelta del genere si può comunque ritenere accettabile.

Meno comprensibile, invece, il motivo per cui in media solo un incontro su 3-4 fra quelli organizzati in inglese avrebbe previsto un servizio di interpretazione (peraltro solo verso l’italiano, alla faccia dell’internazionalità). Unica spiegazione: non c’erano sono abbastanza fondi da potere o volere (o entrambe le opzioni) investire in questo servizio, che dopotutto da molti è ritenuto opzionale e aggirabile in altri modi. Fra chi propone sottotitoli alle presentazioni multimediali a chi sostiene che tanto tutti capiscono l’inglese, quindi, spesso la presenza di un interprete professionale non viene percepita come indispensabile.

Sia ben chiaro che il festival di Perugia è un caso fra milioni, senza dubbio l’evento funziona da numerosi altri punti di vista e, soprattutto, non propone una situazione diversa dalla norma, anzi. Né è sempre responsabilità degli organizzatori se chi gestisce le finanze decide di consacrare così poche risorse a chi avrebbe la competenza per coinvolgere una fetta di popolazione multietnica ben più ampia.

Il problema è più profondo e di natura principalmente culturale, come dimostra l’episodio che ci ha raccontato qualche anno fa la nostra prof di interpretazione dialogica francese<>italiano: programma di Rai 1 storico della seconda serata, interprete professionista che ancora fuori onda si accomoda in studio e conduttore che le chiede con sufficienza «Signorina, lei è sicura di sapere fare questo mestiere, vero?». Vorrei vedere voi ad andare in diretta nazionale un paio di minuti dopo senza compromettere non solo la vostra performance, ma anche la vostra dignità personale.

La domanda, di pessimo gusto, è comunque da contestualizzare in una dimensione in cui, in genere, non si è certi di essere in buone mani perché molti si improvvisano capaci di offrire prestazioni delle quali non sono all’altezza e molti, pur di risparmiare, assumono un personale poco qualificato purché millanti qualche conoscenza linguistica e si accontenti di condizioni economiche e logistiche imbarazzanti, e così via.

Il risultato è che il mestiere non lo si sa fare davvero, come finiscono per percepire sia i datori di lavoro sia i destinatari della comunicazione, con la conseguenza che la sfiducia nei confronti dei presunti “interpreti” aumenta e la voglia di investire sulla loro presenza diminuisce, quando invece gli incompetenti o le figure superflue in determinate occasioni non sono loro. E non c’è delizia più grande del momento in cui questo viene effettivamente riconosciuto da chi con un interprete in senso stretto ci ha avuto a che fare e ha scelto di non farne più a meno.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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