L’altro giorno, mentre aggiornavo la mia Home di LinkedIn, ho notato un post interessante di uno dei miei contatti. Si tratta di una giovane interprete che descriveva la settimana appena trascorsa e raccontava di avere detto alla madre al telefono di essere stata coinvolta in un convegno di tre giorni. «Quindi hai lavorato solo per metà della settimana?» aveva replicato l’altra, cosicché la figlia si era messa d’impegno per spiegare a lei e a chi la leggeva ora sul social network che il suo mestiere non è confinato alla mera fascia oraria in cui si trova in cabina a restituire un discorso da una lingua all’altra.

Prima degli incontri, infatti, è fondamentali almeno una giornata di briefing, durante la quale si analizza il programma dell’evento e il contenuto dei singoli interventi, approfondendo eventualmente la tematica e, soprattutto, creando un glossario terminologico ad hoc, che consenta poi sul posto di reperire le parole necessarie da cogliere nella fase di ascolto e da pronunciare nella fase di resa. Altrimenti, più che una professione si tratterebbe di un’improvvisazione, chiaramente.

Allo stesso modo, dopo la chiusura del meeting serve circa un’altra giornata di debriefing, in cui si valuta in maniera autonoma il proprio rendimento e si cerca di capire quali termini sarebbe meglio integrare in futuro, se dovesse capitare un congresso su un argomento affine, e in che modo si dovrebbe intervenire su sé stessi dal punto di vista della velocità dell’eloquio o di alcune strategie traduttive, riascoltandosi nel caso in cui fosse reperibile una registrazione dei dibattiti.

Questa lunga riflessione, che ci torna utile per riflettere indirettamente sul mestiere degli interpreti a nostra volta, mi è comunque servita per pensare più nel dettaglio a come applicare, eventualmente, un ragionamento analogo anche ai traduttori. Così, mi è venuto in mente il momento in cui ho scaricato una serie di plugin da incorporare al software che mi assiste nelle traduzioni: ho scelto i componenti, ho letto le recensioni degli utenti, ho testato il suo funzionamento, e così via. Ho pensato poi ai glossari terminologici che ho creato io e alle volte in cui è stato indispensabile aggiornarli o adattarli alle esigenze di un cliente.

Dopodiché, sono passata a valutare i webinar, cioè le sessioni di informazione virtuale che offrono alcuni enti del settore, al fine di informare, educare e consigliare i traduttori che partecipano su alcuni aspetti particolarmente complessi di uno o più ambito del mestiere. Un po’ come accade ai raduni, anch’essi molto frequenti nel mondo della traduzione, e che chiaramente esigono una partecipazione full-time per almeno un paio di giorni consecutivi, spesso in grandi città italiane o del mondo.

Insomma, i tempi morti non retribuiti, ma che comunque assolvono un ruolo fondamentale alla crescita lavorativa del singolo traduttore, sono in effetti numerosi. Basti pensare a quante letture personali vengono sostituite da letture più mirate, che aiutino un professionista a sviluppare nuove e utili competenze su campi del sapere di cui sa che dovrà occuparsi nel breve o medio termine, o alle mezz’ore impiegate a settare correttamente determinati programmi, prima di iniziare a tradurre un testo utilizzando le memorie terminologiche che si possiedono, applicando delle black list o white list di parole, o dopo avere tradotto per esportare il file e convertirlo in uno o più formati, che spesso richiedono accorgimenti o correzioni manuali non sempre rapide da effettuare.

Tenendo conto che di solito il traduttore applica delle tariffe orarie o a parola, basate quindi sul tempo strettamente necessario a ottenere un testo nella lingua di arrivo con forma e contenuti adeguati, accurati e di qualità, molte degli altri passaggi richiesti nel corso del procedimento vengono tagliati fuori, pur costituendo un impegno vero e proprio per chi svolge il mestiere. Per questi motivi, parlare di impiego a tempo pieno in senso stretto è scorretto, nel caso di interpreti e traduttori, per quanto la loro professione includa delle finestre temporali “dietro le quinte” alle quali non sempre ci viene da pensare, e che per gli addetti ai lavori si rivela invece imprescindibile, anche se non retribuito.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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