Penzolava in mezzo alla stanza, trenta centimetri dal pavimento, una ventina dal soffitto. Fermo. Penzolava avvolto da un silenzio interrotto prima dalle urla dei vicini, poi dai passi pesanti e nervosi della signora del piano di sopra che si divertiva a passeggiare per ore, in casa, con i tacchi. Il rumore del traffico fuori da quella finestra ammantava tutto e tutti in una desolazione infinita.
Penzolava a una corda ben tesa, intrecciata a dovere come il filo che si usa di solito per fare spinning. Proprio come quello che aveva usato la prima volta del suo primo serra, della sua prima volta a pesca in porto.
Penzolava in silenzio senza chiedere niente a nessuno, senza aspettarsi un sì. Preferiva chiedere a se stesso di più che fare la questua, che incrociare la noia negli sguardi, la fatica del rispondere. Si dovrebbe vivere in silenzio. Parlare sempre meno, fino alla totale assenza di parole, non plasmarne più nessuna per non deturpare più la bellezza del creato, deformarla con le nostre labbra ruvide e screpolate.

Era la sua ultima fermata, il ciclo si chiudeva e con esso l’attesa dei semafori e dei pedoni, dello scaccolamento dell’autista al capolinea, delle interruzioni per lavori in corso, dei battaglioni di ragazzi chiassosi che invadono le strade come orde di lanzichenecchi affamati di violenza, di fessure e di pane caldo.  Era la sua ultima fermata e penzolava con il sorriso beffardo di Ninco Nanco. Un sorriso pieno del quanto sia bello non attendere più. Era fermo alla sua ultima fermata con la delicatezza di chi non ha mai chiesto, con la delicatezza di un cosciotto di pollo immerso all’interno di un acquario pieno di soli piranha. Se ne stava in silenzio come aveva fatto, sempre, davanti alla bellezza, proprio come aveva fatto davanti al luccichio di quel suo primo serra pescato in quel porto dimenticato dalla legge. Quel pesce serra che aveva combattuto fino allo stremo delle sue forze, che era riemerso solo quando non aveva più niente da dare, con l’ancoretta che gli trapassava da parte a parte il labbro superiore. Non si era arreso, era stato sconfitto e non alla pari, ingannato. Non siamo forse tutti ingannati? Non si era arreso nemmeno quando ormai era oltre il confine del suo mondo, quando era sdraiato sulle pietre roventi. Gli ultimi colpi di coda, quell’ultimo sguardo verso il suo carnefice e poi il silenzio, la sua ultima boccata in un mondo denso ma non liquido e poi la fine dentro un secchio sporco, a spellarsi al sole.

Era fermo al centro della stanza, in silenzio proprio come quel serra dentro quel secchio sporco. Siamo tutti scodinzolanti davanti ai padroni, schiavi in cerca di pane, ingannati da un’esca finta o da un obiettivo, un ruolo, uno scatto, un merito, un avanzamento. Verso dove? Una qualunque cosa che ci faccia sentire più di quanto di fatto siamo, che riempia di grigio il nostro mondo già colorato e che non sappiamo di possedere, ci annulliamo, prede consapevoli, carnefici d’occasione.

Era fermo e oltre quelle pareti il rumore distruggeva l’equilibrio sonoro trovato da quelle mura.  Forse era vero quello che gli aveva detto Marianne, con il suo accento marcatamente teutone, una sera d’agosto di qualche anno prima, “tu amico mio hai il Weltschmerz”.
Era fermo e penzolava e non avrebbe aspettato mai più benedizioni e visi compiaciuti, approvazioni o beneplaciti, se ne sarebbe stato lì a penzolare come quell’altalena sulla quale non aveva mai giocato, non c’era tempo e c’era da fare sempre altro, sempre qualcosa che fosse diverso da quella finta sensazione così simile, pensava, al volo. Perdersi dentro un’altra diversa infanzia, perdersi nel vuoto dentro una libertà che mai avrebbe accarezzato.
Se ne sarebbe stato lì fermo e in silenzio come avrebbe sempre voluto fare, oltre le parole inutili che aveva detto e che soprattutto aveva, forse, ascoltato a quelle fermate, in quelle plenarie simili a pozze d’acqua piene di pesci morenti in un deserto prossimo a diventare veramente tale. Non avrebbe mai più obliterato un biglietto per salire su quei teatrini dell’assurdo venuti male, pieni di una profonda e incommensurabile sensazione di vuoto, di inadeguatezza all’essere semplicemente respiro.
Se ne sarebbe stato lontano dalla gioia arrivata, forse, troppo tardi, lontano della bellezza mariana dei fiori sbocciati lungo argini mai battuti, dentro il conforto di una vita di tributi fatti alla magia della casualità.  Quella casualità che lo aveva sempre trovato con il naso all’insù, lasciandolo ogni volta con gli occhi colorati di meraviglia.

Mentre in quella stanza tutto giaceva immobile come il suo corpo che penzolava, lontano un bimbo su un’altalena si perdeva nel vuoto sorridendo.

______

Foto in copertina di Gloria Addeo


Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *