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Dietro alla traduzione, lo avrete ormai capito, c’è sempre una storia. La storia di chi viene scelto, di come decide di porsi rispetto al testo di partenza, di come si trasforma l’originale una volta che arriva nella cultura della lingua d’arrivo. La storia degli strumenti che si utilizzano per documentarsi, per fugare i dubbi, per trovare l’equivalente di una singola parola o di un’intera espressione. Di conseguenza, com’è prevedibile, cambiare i connotati al lavoro preparatorio significa modificare profondamente anche il risultato finale.

È per questo che la traduzione letteraria, per lo più, è quasi sempre umana, ovvero effettuata da persone in carne e ossa munite di doppio schermo, glossari terminologici, enciclopedie, saggi di storia culturale, dizionari monolingue e bilingui, eventuali traduzioni precedenti nella stessa o in altre lingue, e così via. Il processo, con i dovuti accorgimenti, può essere applicato alla sfera editoriale in generale, della saggistica e talvolta di testi generalisti di varia natura.

Diverso, invece, è il caso della traduzione definita con un iperonimo “tecnica”, cioè legata a uno specifico ambito della conoscenza, più o meno scientifico che sia, ma con un lessico basato spesso su formule fisse e su una corrispondenza terminologica 1:1 fra lingua A e lingua B. In tale contesto, il lavoro umano è normalmente agevolato da software di traduzione assistita o CAT tool*, che automatizzano determinati processi, aiutano nella creazione di black o white list, importano glossari e permettono di impostare come predefinite una serie di opzioni volte a migliorare la qualità del prodotto finito dal punto di vista formale e contenutistico a ogni livello.

La storia che viene fuori da quest’ultimo quadro vede i più moderni strumenti elettronici al servizio della competenza umana, coadiuvata tuttavia da una precisione e accuratezza capaci di essere pretese solo da sistemi e criteri di matrice tecnologica. E quella della traduzione automatica, invece, operata solo ed esclusivamente da programmi informatici?

Ecco, stavolta si tratta di una storia ancora acerba, per non dire pericolosa. Che si parli di funzionalità rozze come quelle di Google Translate o di una machine translation** ricavata da fonti più affidabili, probabilmente non è ancora l’epoca giusta per affidarcisi ciecamente. Il compito è tanto più difficile quanto più lontane sono le due lingue in questione, che sia per classificazione genealogica, tipologica o aerale. Il passaggio dal tedesco all’arabo, per esempio, o dal russo al giapponese, potrebbe essere a livello assoluto più difficile di quello da danese a svedese, da portoghese a spagnolo, da polacco a ceco.

E non è tutto: declinazioni, coniugazioni, concordanze – e poi punteggiatura, numerazione, per non parlare di “naturalezza” dei sintagmi, di correttezza sintattica e soprattutto di polisemia… Un dramma dopo l’altro, che può facilmente trasformare una gru uccello in una gru macchinario o viceversa, giusto per capirci. Addentrarci nell’argomento non è neppure necessario, perché il ricorso alla traduzione automatica è così comune anche fra i non addetti ai lavori da renderne noti i limiti al “grande pubblico”.

Ciò che è meno noto è come riuscire a sfruttare a proprio vantaggio le tempistiche della machine translation, specie se neurale***, evitando di essere radiati a vita da un albo professionale che ancora purtroppo non esiste, ma che ha già una sua potenziale lista nera associata. Operando manualmente un pre-editing sul testo di partenza e/o un post-editing su quello di arrivo, per esempio, si possono scongiurare alcuni degli errori più comuni e si interviene, di fatto, in un processo che al giorno d’oggi non può ancora fare a meno della mano umana per essere definito a tutti gli effetti una traduzione in senso stretto.

Dovere ricreare significati, significanti, intenti e stili, dopotutto, è una croce proprio perché richiede sempre uno sforzo mentale di grande portata, ma dall’altro lato è una delizia perché insostituibile con altre dinamiche che non includano la partecipazione di protagonisti in carne ed ossa in una delle storie più affascinanti di ogni tempo: quella per cui la conoscenza non viene divulgata solo nel tempo, ma anche nello spazio, e in modi che Bing o Yandex non possono (ancora) neanche lontanamente immaginare.

 

*Cfr. Una panoramica sugli strumenti di traduzione assistita disponibili come software libero e L’elenco completo di programmi di traduzione assistita del mercato (CAT Tool)
**Cfr. Cos’è la traduzione automatica? Confronto tra traduzione automatica basata su regole e statistica
***Cfr. Traduttori umani o traduzione automatica neurale?

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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