Il titolo dell’argomento di oggi è volutamente ambiguo, perché quello di cui mi voglio occupare è un tema declinato da due prospettive diverse fra loro, seppure complementari. Al centro del discorso ci sono sempre loro, i traduttori, messi stavolta in relazione al tempo libero che hanno, che non hanno, che imparano a dosare con l’esperienza.

Nell’ottica di un mestiere per il quale spesso si parla di vero e proprio telelavoro, infatti, la linea sottile che separa i momenti dedicati alla professione e quelli di svago tende a scomparire o a deformarsi di continuo, il che richiede un’attenzione costante e una cura maniacale per gli spazi personali.

Entrando nel vivo della questione, la prima domanda a cui provo a rispondere è: cosa fa un traduttore nel tempo libero? Per riuscirci è necessario innanzitutto fare un passo indietro e stabilire cosa sia il tempo non libero. Vogliamo definirlo come quel lasso di tempo in cui il traduttore sta lavorando su un testo in senso stretto? O vogliamo includere anche tutta la trafila burocratica e fiscale in cui è invischiato prima, dopo e durante le prestazioni che offre? E i corsi a cui partecipa, gli eventi culturali, gli incontri con altri esperti? Per non parlare dei momenti dedicati alla ricerca, all’approfondimento tematico e linguistico, ai convegni a porte chiuse.

Ecco, se volessimo escludere tutto questo in quanto appartenente alla categoria di “attività non retribuita”, il traduttore nel suo tempo libero si occupa sostanzialmente di curare ogni aspetto collaterale del suo lavoro che non rientri in senso stretto in questa definizione. Se volessimo includerlo, invece, ci rendiamo conto che il tempo davvero libero che rimane da investire in svaghi di altro tipo è piuttosto limitato.

Di qui, la prima croce di oggi (parlare di tempo libero con un traduttore rischia di scatenare in lui una crisi di nervi) e pure la seconda: per un traduttore che ami scrivere, o praticare le lingue che conosce a qualunque livello, il tempo libero diventa spesso quella fase in cui il coinvolgimento nel proprio mestiere è tanto da rendergli impossibile distrarsi dedicandosi proprio alle sue passioni principali, perché troppo legate alle attività di cui si occupa ogni giorno e di cui ne ha fin sopra ai capelli.

Di converso, però, “traduttori nel tempo libero” è un’espressione con la quale voglio riferirmi a un fenomeno diverso e in parte più complesso del precedente. Chi conosce i ferri del mestiere, infatti, sa bene che non di sole traduzioni vive l’uomo, talvolta, specie se si lavora da liberi professionisti e si hanno dei clienti saltuari con i quali accordarsi. Ecco perché chi traduce spesso insegna pure, oppure fa l’interprete, oppure scrive, o ha comunque almeno una seconda mansione che lo aiuta a non morire di stenti, specie nei periodi di magra.

È capitato spesso anche a me che per interi mesi non abbia avuto nessuna richiesta di traduzione, nessun concorso, nessun contratto. E così la traduzione si è trasformata, imprevedibilmente, in una pratica quasi catartica a cui consacrare il mio tempo libero non appena lo stress per il lavoro o i lavori collaterali iniziava ad accumularsi. Ho tradotto alcuni racconti per diletto, un paio di poesie. Di tanto in tanto chiedo ad amici traduttori di inviarmi i loro testi per una revisione esterna e mi immergo nelle loro storie, dando loro una mano, da un lato, e dall’altro lato lasciando che loro la diano a me, nel sottopormi nuove sfide e nuovi spunti di riflessione.

Una delizia a cui forse non sempre si pensa, che chiaramente capita più di rado di quanto non si desideri, e che però ci permette di riconsiderare la traduzione nei suoi aspetti più stimolanti proprio perché ci coinvolge meno dal punto di vista professionale e più da quello culturale in senso lato. Insomma, che sia un dovere rispetto al quale non riusciamo a ritagliarci un attimo di svago, o che sia la nostra prima fonte di “diversivo intellettuale”, la traduzione è intrecciata al tempo libero di chi la pratica in una maniera poliedrica e indissolubile.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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