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So cosa starete pensando. Sul tema del lavoro da remoto avete già le idee molto chiare e non è di certo vostra intenzione cambiare idea solo perché qualcuno si è messo in testa di provare a convincervi ad ogni costo che vi sbagliate, e che la faccenda ha dei contro che non avevate preso in considerazione insieme ai pro. È per questo che oggi non ho nessuna intenzione di contraddirvi, anzi. So con sicurezza che avete ragione voi.

Avete ragione, perché effettivamente non c’è niente di meglio che dovere effettuare in tempo una consegna anche se si ha la febbre alta, o se il bambino si è preso gli orecchioni, o se il gatto o la nonna si sono fratturati un arto cadendo. Altri telefonerebbero all’ufficio, contatterebbero il principale, si metterebbero in malattia, ma chi traduce no.

E d’altronde è meglio così, no? Si ha una maggiore libertà, si può restare produttivi pure mentre fuori fischia il vento o urla la bufera, e perfino quando il resto del mondo è in vacanza. Più precisamente, se si vuole, in vacanza ci si va a propria volta: basta avere un portatile prestante e una buona connessione internet per continuare a fare il proprio mestiere pure al capo opposto del mondo.

Poco importa se il fuso orario ci rema contro, se nello stesso momento in cui abbiamo viaggiato con i nostri dispositivi in modalità aereo abbiamo perso tante di quelle ore che ormai siamo condannati a vivere con l’orologio spostato 24 ore indietro rispetto ai nostri clienti. Perché noi abbiamo una professione che ci permette di dire no quando vogliamo, di capire quando è il caso di fermarci, e di restare straordinariamente autonomi… Giusto?

Ecco, forse quando sarete arrivati a leggere fino a qui avrete capito che la verità è diversa da come appare e che perfino voi non la pensate fino in fondo così. Magari siete in prima persona dei freelancer e sapete con esattezza di cosa stia parlando, magari conoscete qualcuno che si è già lamentato fino all’esaurimento (suo e vostro che l’avete ascoltato, s’intende) e avete comunque familiarità con l’argomento.

Come se non bastasse, questa croce poco creduta (e tenuta in considerazione meno di altre problematiche relative al mondo del lavoro e alla sua legislazione) tiene spesso colleghi ed esperti lontani gli uni dagli altri, dato che ciascuno ha una postazione autonoma e che, non di rado, si trova a parecchie centinaia di chilometri di distanza dalle persone con cui avrebbe interesse a condividere una consulenza o una semplice pausa caffè.

Chiaramente, nell’anno in cui siamo fortunati e prenotiamo una settimana di vacanza nello stesso periodo dei nostri cari, o in occasione dei numeri seminari, festival e concorsi che ruotano intorno all’universo della traduzione, ci vengono restituite almeno un paio di delizie. Usciamo finalmente dal nostro guscio, dal pigiama che ormai ci si è tatuato addosso, dal letto sul quale abbiamo aggravato la nostra scoliosi, e perfino il nostro metabolismo e i nostri polmoni ringraziano per la boccata di aria fresca, mentre il livello dei nostri rapporti sociali migliora minuto dopo minuto, quasi come fossimo dei Sim poco pratici di relazioni interpersonali.

Tenendo conto del fatto che il nostro compito principale consiste nel mettere in comunicazione la gente, è quasi un paradosso pensare a quanto poco spazio ci venga concesso per sentirci parte di un collettivo in carne e ossa, e tuttavia è anche vero che a noi questo basta. Siamo per lo più dei lupi solitari, affascinati dalle varie forme della scrittura e manifestazioni delle lingue, e ci sentiamo a nostro agio fra una tazza calda e pochi occhi indiscreti intorno. Tranne quando l’invito a una conferenza o a un raduno chiama, e possiamo condividere difficoltà e lati negativi della nostra quotidianità con chi ci circonda.

Dopotutto, per un traduttore non c’è divertimento più grande che prendere di mira fra il serio e il faceto il proprio operato, confermando e smentendo a un tempo i luoghi comuni che lo circondano e che abbiamo appena rispolverato insieme. Non eravate d’accordo fin dall’inizio anche voi?

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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