Oggi faccio uno strappo alla regola e parlo di una forma di traduzione che, benché legata alla sfera delle ormai nove arti, costituisce un mondo assolutamente a sé, per criteri, norme e procedimenti. È l’espediente che precede, per ragioni logiche o cronologiche, la scelta o la possibilità del doppiaggio, ma che com’è ovvio non funziona affatto come quest’ultimo.

Nel XXI secolo si tratta, peraltro, di una pratica che in Italia e in tanti altri Paesi sta spopolando sulla scia delle serie TV sempre più diffuse su scala mondiale. Fan, studenti di lingue, appassionati e in certi casi individui che rientrano in tutt’e tre le categorie sono, infatti, troppo abituati a fruire di certi programmi in tempo reale per aspettare che la puntata di un telefilm, lo speciale di un documentario o il sequel di una saga vengano diffusi ufficialmente nella propria lingua madre.

Talvolta, poi, nei teatri appaiono in sovrimpressione perché non è prassi tradurre determinate opere, siano esse drammatiche o liriche: in questo caso si parla di sovratitoli, mentre per il grande e piccolo schermo li si considera di solito sottotitoli, dal momento che appaiono per l’appunto sotto il punto focale dell’azione. Intorno a loro gravitano, come sempre, professionisti e volontari, neofiti e studiosi, cosicché il rischio di una svalutazione della professione è sempre dietro l’angolo.

Cosa ci sarà poi di così complesso? Perché dovrebbe essere diverso nel rendere la battuta di un comico d’oltralpe, riportare la sigla di un cartone animato o descrivere le caratteristiche dell’habitat naturale dell’orso bruno per la tv, anziché per un supporto cartaceo? La risposta, in breve, è la seguente: perché un testo che appare e scompare su un display deve essere fruibile in modalità e tempistiche molto differenti rispetto a quelle possibili quando si ha di fronte un testo immobile davanti a sé.

Senza entrare nei dettagli, insomma, dato che non è questa la sede per scoprire i vari trucchi del mestiere, per quanto interessanti e pieni di fascino siano, basti dire che bisogna sincronizzare per durata e lunghezza la propria resa con quella dell’originale, utilizzando una struttura grafica e linguistica che agevoli il più possibile la comprensione immediata e senza ambiguità dei contenuti, in una maniera che, come sempre, rimanga fedele all’enunciato di partenza, pur avendo un senso compiuto anche nella cultura di arriva.

Un’operazione che spesso richiede tagli, adattamenti, anticipazioni o modulazioni, e che non si basa tanto su un’adesione letterale della lingua B alla lingua A, quanto piuttosto su una resa sintetica ed esaustiva insieme, che naturalmente sortisca un effetto specifico negli spettatori. Una delizia dal punto di vista creativo, una croce in termini di fattibilità: trovare una soluzione che funzioni, infatti, passa anche attraverso il registro prescelto e l’estensione e difficoltà delle singole parole utilizzate.

Il tutto, per di più, in una condizione generalizzata di prestazioni sottopagate o, addirittura, di richieste senza la prospettiva di un compenso, che si trasformano in un incubo quando i tempi previsti per le consegne sono disumani. D’altronde, lo abbiamo anticipato: ricorrere ai sotto/sovratitoli ha un senso se si accorciano le attese rispetto al doppiaggio o se si deve stare al passo con una stagione teatrale, con un festival cinematografico, con un evento culturale tout court. Lavorare con calma, in ore diurne e con la possibilità di una revisione ortodossa non sempre sono condizioni rispettabili, quindi.

Ne conseguono delle croci e delle delizie pure per il pubblico, come immaginerete o come magari vi è già capitato di appurare: si assiste in anteprima o in esclusiva a produzioni che, senza conoscere la lingua d’origine, avrebbero potuto esserci precluse molto a lungo, ma capita che il prezzo da pagare consista in evidenti scivoloni o strafalcioni, non per forza (o non solo) dovuti alla professionalità di chi ha accettato l’incarico tout court. C’è un universo complesso e a volte impensabile dietro una stringa all’apparenza innocua, cosicché, quando se ne ha a che fare come fruitori o come traduttori, bisognerebbe tenere a mente questo: che in verità si è alle prese con una faccenda da maneggiare con la massima cura.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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