Le abbiamo viste o lette tutti, che sia per passione o per noia, facendo zapping o perché abbiamo collezionato ogni singolo numero dell’edizione a fumetti: dalle avventure di Asterix e Obelix non si scappa. Un successo editoriale (e poi televisivo) che è nato in Francia nel 1959, grazie ai testi di René Goscinny e ai disegni di Albert Uderzo, per poi arrivare in oltre un centinaio di Paesi.

In Italia a occuparsi della traduzione è stato Marcello Marchesi, seguito poi da Luciana Marconcini e Alba Avesini. Il genere in questione è un ibrido riuscito particolarmente bene, che, nell’ottica di un target di lettori di età miste, mescola l’ambientazione storica a quella leggendaria, con uno stile chiaramente leggero e un’inventiva che unisce ironia e sagacia con grande intelligenza, nel tentativo di restituire una caricatura della società contemporanea e dei suoi cliché. Tutti ottimi motivi per rendere la traduzione una grande responsabilità, specie se in patria una trovata simile è stata un trionfo e se ci si augura che lo stesso accada all’estero.

Nel mondo di vignette e graphic novel questa non è un’eccezione, peraltro. Ho scelto un esempio sugli altri solo perché ne conosco meglio gli spunti, anche se in realtà nel settore le buone ragioni per intraprendere studi decennali sulle scelte traduttive di intere pagine di termini ed espressioni si sprecano. Entrando più nello specifico, in Astérix le Gaulois sono interessantissimi i giochi di parole su cui si basa la creazione dei nomi propri.

In originale, per esempio, il cagnolino di Obelix si chiama Idéfix (che ha una pronuncia molto simile al sintagma idée fixe, cioè idea fissa, ossessione), e il suo stesso padrone ha un nome parlante, visto che non a caso, grazie alla sua stazza, ha il compito di trasportare i menhir da una parte all’altra. Come loro, pure gli altri personaggi hanno appellativi terminanti in -ix, per associazione con il celebre Vercingétorix (Vercingetorice, in italiano) e con la desinenza -rix tipica dei regnanti galli.

Così, dal modo di dire C’est automatique (lett. si fa in automatico) si è arrivati a coniare Cetautomatix, il fabbro del villaggio, e da una famosa canzone dei Beatles è nata la bella Iélosubmarine. Non stupisce che il membro più anziano del villaggio sia poi Agecanonix, che rimanda all’età canonica (âge canonique, appunto), ovvero quella minima prevista affinché si possa essere assunti come domestici di un ecclesiastico, e che lo stesso Astérix derivi da asterisque nell’accezione di piccola stella, considerando che è lui il minuto eroe della situazione.

Veniamo a noi: tanta carne al fuoco può diventare una croce da ricreare in un’altra lingua, nel senso che l’operazione a cui si deve ricorrere non è lontana da quella operata per la prima volta in originale. Ci vogliono fantasia ed efficacia, oltre a grandi competenze specifiche, e in tal senso Marcello Marchesi ha dimostrato grande flessibilità nel restituirci un decano del villaggio che si chiama Matusalemix o un pescivendolo dal nome Ordinalfabetix, per non parlare di Beltorax, il cugino bretone di Asterix che spicca per avvenenza fisica.

Molto altro è inesorabilmente sfumato nella transizione da un idioma all’altro, come nel caso di un accampamento romano soprannominato Babaorum (da baba au rhum, cioè babbà al rum) o delle allusioni sottese ad Abraracourcix e ad Assurancetourix. Qualche delizia, tuttavia, non è mancata a propria volta. Nel tradurre una frase ricorrente di Obelix, infatti, Marchesi ha notato che Ils sont foux, ces Romains corrisponde a Sono pazzi questi Romani: una frase in cui, guarda caso, l’iniziale di ogni parola ricrea l’acronimo latino SPQR, altrettanto frequente nei fumetti*.

Nel perenne gioco di guadagni e perdite che contraddistingue ogni operazione interlinguistica, quindi, l’italiano è rimasto brillante e convincente non solo perché ricco di risorse che consentono una resa dignitosa in sé, ma anche perché il traduttore in questione si è rivelato attento e creativo, fedele alle intenzioni degli autori più che alla lettera e, dunque, apprezzato da chi lo ha letto nel nostro Paese. Certo, ci sono occasioni in cui tanta fortuna e bravura non si combinano insieme, però perché parlare solo di circostanze problematiche? Per oggi fermiamoci un passo prima, alla constatazione comunque inopinabile che, per svolgere questo mestiere con ingegno e successo, è così che bisognerebbe essere: pazzi come i Romani, almeno in piccola parte.

 

*Cfr. Marchesi, Asterix e i giochi di parole

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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