Del mestiere di interprete ne so ancora poco, non ho accettato fino a oggi incarichi ufficiali e quindi il mio punto di vista rimane solo quello di una studentessa ben formata, ma fuori dall’università alle prime armi. Eppure, da brava osservatrice ho già notato un paio di casi che mi hanno fatto venire la pelle d’oca e che mi hanno spinta a considerare quante croci e delizie debbano esserci anche per chi svolge questo lavoro quotidianamente e a livello professionale.

Per entrare un po’ in argomento, oltre a ricordarvi che traduttore e interprete sono due figure distinte e separate, vorrei menzionare due casi limite nei quali mi sono imbattuta durante il mio percorso accademico. Il primo credo me lo abbia raccontato la prof di interpretazione dialogica francese<>italiano e si riferiva a un caso di interpretazione simultanea in contesto europeo, in cui un oratore aveva appena pronunciato l’equivalente inglese di «C’è del marcio in Danimarca», mentre si trovava proprio a una conferenza a Copenaghen e veniva interpretato in cabina da un professionista danese che, però, non ha colto la citazione shakespeariana tratta da Amleto. Di conseguenza, anziché renderla con l’espressione idiomatica corrispondente, se n’è uscito insultando la nazione a nome del delegato.

Il secondo è un caso che a livello mediatico ha avuto più risonanza nel 2016, magari vi sarà già capitato di ritrovarvelo condiviso sui social network. Si tratta di un interprete cinese che stava restituendo in una consecutiva italiana il discorso del nuovo proprietario dell’Inter, Mr. Zhang Jindong, e che però ha collezionato una gaffe dopo l’altra confondendo l’aggettivo italiano con italianista, passando dalla prima persona alla terza in maniera incoerente dal punto di vista sintattico e del senso, e soprattutto parlando del Milan anziché dell’effettiva squadra in questione. Guardare per credere: https://youtu.be/8zMIO9H_9Hg

Naturalmente, in entrambe le circostanze non è detto che fosse tutta colpa dell’interprete. Più spesso di quanto si pensi, infatti, è una croce lavorare in una condizione che non consente di ascoltare in maniera nitida la fonte audio degli oratori, o che non permette di concentrarsi senza distrazioni esterne sul proprio compito. Così, se da una parte risulta imbarazzante non sapere venire fuori da una situazione imbarazzante non per forza perché si sia inadeguati, ma talvolta solo per ragioni logistiche o semantiche e si arranca con vistosi problemi dall’inizio alla fine, dall’altra parte è altrettanto vero che essere anche soltanto spettatori di una resa di qualità è sul serio una delizia.

Mi vengono in mente al riguardo due episodi speculari a questi, con cui mi sono confrontata la settimana scorsa. Del primo sono stata testimone indiretta grazie a una ripresa in tempo reale su Facebook, che attraverso la pagina ufficiale del Taormina Film Fest ha reso pubblica la masterclass tenuta da Nicole Kidman, con la quale ha dialogato la direttrice artistica (e interprete di professione) Silvia Bizio. Magistrale la delicatezza con cui ha fermato l’attrice quando si è resa conto che il suo turno di parola era troppo lungo e che non avrebbe potuto starle ancora a lungo dietro, se non le fosse arrivata una penna su cui annotare l’idea principale del discorso (intorno all’undicesimo minuto del video).

Il secondo, invece, me lo ha riferito il mio ragazzo, che ha assistito per la prima volta alla presentazione di un saggio di un Premio Pulitzer in presenza di una interprete che ha reso in italiano il discorso dell’autrice in consecutiva e che poi riferiva a lei in chuchotage le risposte del pubblico. «Una gioia per gli occhi e per le orecchie», ha commentato testualmente. «Ha reso ogni momento del dibattito più fluido e più chiaro per ciascuno di noi, restituendo in maniera abbastanza puntuale anche i tecnicismi dell’argomento storico-politico in questione». Il che dimostra che, se ben preparati e se con polso fermo, molte delle difficoltà causate dalle contingenze possono essere aggirate. Certo, il marcio in Danimarca rimane tale, se non lo si sa decifrare, ma la speranza è che il Milan e l’Inter continuino invece in futuro a viaggiare su due binari distinti e separati anche nella mente di un poliglotta.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *