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Il mese scorso ho accettato una commissione che mi interessa particolarmente e che, al tempo stesso, mi sta mettendo motto alla prova: si tratta della traduzione del primo di tre volumi di una trilogia a metà tra il fantascientifico e il distopico, tra la storia e la fiction. Lo scrittore è neozelandese e sta già lavorando al secondo libro, mentre io ho letto il primo e stabilito alcune deadline con la casa editrice che mi ha affidato il lavoro. Si tratta di una pubblicazione di oltre cento cartelle, che alterna dialoghi molto serrati a descrizioni particolarmente dettagliate di scenari, stati d’animo e situazioni.

Come volevasi dimostrare, però, occuparmene ormai per un paio d’ore al giorno si sta rivelando una croce e una delizia allo stesso tempo. Da un lato, infatti, l’opera è ambientata per lo più nel centro e sud Italia. Appena me ne sono accorta, ho pensato: bingo! Ed è vero che sentire parlare di Sangiovese e di province che almeno di nome conosco già a sufficienza ha i suoi vantaggi, dato che non devo controllare lo spelling, ho familiarità con la materia trattata e capisco con quale mentalità viene pronunciata una determinata frase o per quali ragioni implicite un comportamento prende una direzione e non un’altra.

Allo stesso tempo, però, ci sono casi in cui il punto di vista dell’autore cozza con le mie conoscenze pregresse. Nei casi più rari – e più semplici da districare – si tratta di un accento in più o in meno (come, ad esempio, quando scrive si anziché ), in quelli più complessi finisco per chiedermi quanto sia giusto tradurre Maria Elenas con Maria Elena, se nella frase di partenza il nome proprio era il primo e non il secondo. Per una persona di madrelingua italiana che ha ben chiaro il contesto in cui appare il nome, dopotutto, è lampante che si tratti di una svista o di una scarsa conoscenza dell’ortografia nostrana, eppure per una traduttrice modificare in maniera arbitraria una scelta autoriale non è mai un’operazione da prendere alla leggera.

Come se non bastasse, l’opera segue le duplici vicende di una nutrita schiera di rifugiati provenienti dai Paesi di religione prevalentemente musulmana e del 75° reggimento dei ranger statunitensi, chiamati a compiere una missione militare in suolo italico proprio per evitare l’avanzata del loro nemico. Ciò si traduce (e la scelta del verbo non è casuale) nella delizia di svariate scoperte linguistiche e culturali, quali ad esempio le esclamazioni di matrice religiosa pronunciate da alcuni personaggi originari del Medio Oriente, che ogni volta analizzo nella loro etimologia con avida curiosità e con un approccio contrastivo, ma si coniuga dall’altro lato in una croce non meno difficoltosa della precedente.

Già dall’incipit, infatti, si proietta chi legge tra una portarinfuse di classe media, nave mercantile con container dai sei ai dodici metri, e gli spostamenti e i piani d’azione di una squadra marziale equipaggiata di tutto punto. Ciò comporta perenni ricerche terminologiche perfino sui dettagli più irrisori, che non sempre portano a dei risultati univoci e decodificabili con sicurezza. Come se non bastasse, il linguaggio stesso adoperato nei dialoghi è quello dello slang americano – anzi, peggio ancora: dello slang americano delle forze dell’ordine, per di più texane.

Oltre alla sfida di una corretta e completa comprensione del testo e del sottotesto da parte mia, dunque, c’è sempre in agguato la sfida di rendere nella mia lingua una parlata sporca e informale, eppure infarcita di lessico bellico, di riferimenti culturali, di sigle, di canzoni e – ciliegina sulla torta – di invenzioni dello scrittore, dato che rimane un manoscritto di genere fantascientifico. Il meccanismo di addomesticamento, reinvenzione e rispetto del testo si fa perciò affascinante e insidioso, lungo e dolcissimo, divertente e snervante come in poche altre circostanze in cui mi sono trovata, rendendo ancora una volta la traduzione «nel migliore dei casi, un’eco» (George Borrow), speriamo per lo meno forte e chiaro da udire anche a distanza.

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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