Delle complicazioni scatenate in ambito letterario dalla questione forestierismi avevo già parlato in precedenza, esaminando il punto di vista di chi scrive per mestiere. Oggi, a quasi un anno di distanza, vorrei spostare il focus su chi, invece, per professione traduce le parole di altri, trovandosi magari di fronte a parole che nella lingua di arrivo non esistono ancora o che sono normalmente espresse in un altro idioma.

Perché si tratta di una croce e di una delizia al tempo stesso? Perché, come quasi sempre accade in questo ambito, la faccenda ha un impatto non indifferente nel nostro Paese e non esiste tuttavia una soluzione predefinita da applicare. Ai traduttori non vengono suggeriti né libretti di istruzioni né regole fisse, perché a interagire con loro sono clienti dalle esigenze sempre differenti, dalle preferenze non per forza coerenti e dalle idee talvolta impossibili da condividere. C’è, infatti, il purista di turno che vorrebbe evitare a ogni costo i termini stranieri in un testo, anche quando si parla di componenti di un computer, così come c’è chi non si schiera e lascia che sia l’esperto a compiere una scelta.

Nell’ultimo caso, fra editor e revisori, si deve comunque tenere conto della possibilità di scontrarsi con una prospettiva diversa dalla propria, che non necessariamente condurrà a un dialogo pacifico. Di conseguenza, la prudenza non si rivela mai troppa, a prescindere dalle condizioni iniziali di contratto formale o informale. La domanda sorge dunque spontanea: come affrontare il dilemma senza rimanere succubi di questa croce? Ebbene, la risposta breve si potrebbe riassumere con il classico «la definizione di fedeltà e di correttezza dipende dal contesto», la risposta lunga richiede qualche precisazione in più.

Se la lingua italiana non ha un corrispettivo per il lemma che ha generato i nostri dubbi, e se di solito per una specifica tipologia testuale si opta per una parola straniera, sarebbe saggio mantenerci a nostra volta sulla medesima lunghezza d’onda. D’altronde, un certo pubblico è abituato a un certo lessico e non troverebbe strana la nostra scelta, mentre storcerebbe il naso di fronte a un’alternativa meno comune. Se, invece, c’è una perfetta corrispondenza semantica fra la parola di partenza e una voce del nostro dizionario, e se non è troppo desueta nel contesto in cui la utilizzeremo, possiamo tradurla con serenità.

Diversa è la circostanza in cui il concetto espresso originariamente non esiste nella nostra cultura. In questo caso si parla di un realia, ovvero di un concetto specifico di un’area geografica che nel resto del mondo non è possibile definire attraverso una sola parola. Un interessante vademecum su come comportarsi al riguardo lo ha pubblicato di recente Luisa Magni su PAP, suggerendo quando è preferibile sostituire il realia con un traducente più noto e quando, invece, è fondamentale agire in maniera più accorta. Per dirla con Karl Kraus, d’altronde, «tradurre in un’altra lingua un’opera della lingua vuol dire che uno si toglie la pelle, passa il confine e là indossa il costume del paese», con tutti i rischi, le difficoltà, le rinunce e le meraviglie che ciò comporta. E ho scritto non per niente «meraviglie», dato che la questione è pure una delizia, oltre a essere una croce del mestiere.

Di recente, per esempio, mi è capitato di confrontarmi con un’amica traduttrice su un’opera francese alla quale lei stava lavorando. Dal nostro dialogo è emerso un interessante spunto di riflessione sulle definizioni di amore in svariate lingue del mondo, oltre a una scoperta a dir poco curiosa. I mana che spesso vengono nominati nei giochi di carte fisici e virtuali, e che di norma indicano le risorse a disposizione di un giocatore durante un turno, deriverebbero da una voce di lingua melanesiana «indicante una forza impersonale che si ritiene posseduta, in modo temporaneo o permanente, da persone, animali o cose, e che si manifesta in effetti insoliti e straordinari», come riportato da Treccani. L’autrice di cui lei si stava occupando non si riferiva, però, ai giochi di carte, quanto in modo più letterale alla forza vitale cara alla cultura dell’arcipelago della Polinesia.

Ebbene? Tradurre o non tradurre? Adattare o spiegare? Mantenere o traslare? Croce o delizia? A voi l’ardua sentenza.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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