La fine del termine graphic novel, come descrizione di un’opera qualitativamente più elevata rispetto agli standard, per un ritorno al fumetto in grande stile.

 

Negli articoli precedenti abbiamo tracciato la storia del termine graphic novel dalle sue origini al suo apogeo, soffermandoci sulle tappe fondamentali, così da poter avere una visione d’insieme abbastanza completa. Come abbiamo già visto, con ‘romanzo a fumetti’ si potevano identificare fumetti dalle tematiche più mature e più articolate e che, diversamente da quelli popolari, si presentavano con una veste più costosa per tipo di carta e qualità tipografica. Tra la fine degli anni 60 e gli anni 70 il fumetto conobbe un periodo di massimo splendore e questa crescita raggiunse il culmine durante tutto l’arco degli anni 80: molti furono infatti gli autori, stranieri e nostrani, che sperimentarono con la nona arte nuove forme espressive, nuove tecniche di realizzazione e nuove tematiche mai trattate in un fumetto prima di allora. Questa accelerazione evolutiva verso una narrazione per immagini più ‘impegnata’ e ‘culturalmente evoluta’, dimostrò che i comics potevano evadere la prigionia delle letture per l’infanzia, nel momento in cui rappresentavano contenuti narrativi più inerenti alla vita reale in tutti i suoi aspetti e, per questo, più vicini alla letteratura propriamente detta. Infatti il termine graphic, fa riferimento non soltanto ai contenuti grafici, quindi a quelli più evidenti relativi al disegno e allo stile, ma anche alla tipologia di contenuti e di tematiche come appena descritto.

Con il passare del tempo la critica e i lettori hanno trasformato il graphic novel in un genere a tutti gli effetti. Ad oggi, questo nuovo genere è comunemente considerato più ‘alto’ del semplice fumetto (proprio in virtù delle caratteristiche indicate in precedenza) e ha segnato il riscatto di molti autori che hanno ricevuto maggiore gratificazione quando hanno visto le loro opere approdare agli scaffali delle librerie. Ciò ha trasformato il fumetto delle origini in un’opera più vicina alla letteratura, coinvolgendo sempre più lettori e, di conseguenza, molti editori che hanno intravisto nei recenti cambiamenti nuovi sviluppi economici.

Tuttavia, proprio a causa di questo grande successo trasformatosi nel tempo in una vera e propria ossessione, lo stesso termine graphic novel ha cominciato a discostarsi sempre più dal suo significato originale e oggi, nella maggior parte dei casi, significato e significante non trovano più alcuna corrispondenza. Sono tante, infatti, le case editrici che, cavalcando le esigenze delle mode e del mercato, applicano la ‘nobilitante’ etichetta di graphic novel per promuovere buona parte delle loro pubblicazioni, spesso prescindendo dall’effettiva qualità contenutistica delle opere proposte. Tutto ciò non fa che creare ulteriore confusione nella mente di qualche lettore medio che, come un avventuriero sprovveduto, seleziona le nuove letture senza un criterio apparente che non sia quello suggeritogli dalle colorate e accattivanti pubblicità o da quelle recensioni talvolta prive di un taglio critico. Se poi in copertina, nell’introduzione o sulle alette del volume di cui sta valutando l’acquisto, gli balzerà agli occhi la parola graphic novel, non potrà che sentirsi incoraggiato e portare a termine la transazione, consapevole del fatto che quella lettura sarà senza dubbio di qualità.

Questa graphic novel-mania è stata già criticata da un guru del fumetto come Alan Moore che preferirebbe di gran lunga esiliare il parolone fuorviante ‘romanzo a fumetti’ e ripristinare per tutti il termine ‘fumetto’. In una intervista rilasciata a Berry Kavanagh per il sito Blather.net, egli dichiara: “Il termine fumetto funziona altrettanto bene per me. […] Si potrebbe quasi chiamare Maus un romanzo, probabilmente si potrebbe quasi chiamare Watchmen un romanzo, nei termini di densità, struttura, dimensione, scala, serietà del tema, roba così. Il problema è che “graphic novel” è nato solo per dire “fumetto costoso”, così gruppi come DC Comics o Marvel –visto che i “graphic novel” cominciavano ad attirare l’attenzione- rilegavano cinque o sei numeri di una delle merde qualsiasi che stavano pubblicando in quel momento con una copertina patinata e lo chiamavano She-Hulk: il Graphic Novel, capito? Secondo me tutto questo ha contribuito a distruggere i progressi compiuti dai fumetti a metà degli anni Ottanta. […] Tutto deve essere catalogato, impacchettato, etichettato. Credo che potremmo chiamarla arte sequenziale, ma mi sembrano più che altro paroloni inutili: il nome fumetto vale tanto quanto un altro” (estratto dall’intervista ad Alan Moore realizzata nel 2003 dal sito blather.net).

Non possiamo che essere d’accordo con le giuste, seppur lapidarie, dichiarazioni di Moore, soprattutto se consideriamo la deriva di carattere economico che l’uso del termine ha assunto nel corso degli anni. In effetti, oggi più che mai, è tutta una questione di marketing e di conseguenza può capitare che non ci si preoccupi affatto della qualità grafica e/o contenutistica delle opere che vengono pubblicate e pubblicizzate con tale dicitura. L’eventuale utilizzo improprio del termine graphic novel nei giorni nostri è doppiamente scorretto: da una parte esso manca di rispetto ai lettori, perché li confonde e li illude non indicando un’opera che a conti fatti si differenzi di molto dalle altre proposte sul mercato e che raggiunga la stessa densità narrativa, ad esempio, della letteratura. Dall’altra, forse ancora più grave, così facendo sembra dimenticare e quasi distruggere, come dice anche Moore, tutto il lavoro portato avanti dai grandi autori che tra gli anni 60 e gli anni 80 hanno condotto sperimentazioni nell’ambito della nona arte.

Tenendo conto di questa distorsione del termine, generato anche dall’uso errato, talvolta confuso e spesso improprio, potremmo annunciare la morte del graphic novel. Se, infatti, alla definizione non più adeguata di ‘romanzo a fumetti’, preferiamo di gran lunga quella originaria e più idonea di fumetto, allora saremmo costretti a riconoscere la fine del termine graphic novel come descrizione di un’opera qualitativamente più elevata rispetto agli standard. A questo punto ogni tipo di produzione ascrivibile alla nona arte, a prescindere dal genere, può essere riportata sotto l’egida del vecchio termine (ancora valido, a dispetto della genericità) di fumetto. Starà pertanto alla sensibilità e alla cultura del lettore distinguere un fumetto popolare e d’intrattenimento da un fumetto dai contenuti più elevati, come del resto accade anche in letteratura. Tali cambiamenti, però, potranno essere supportati soltanto dalla nascita di una critica del fumetto scrupolosa e non di parte, e che, come la critica letteraria, tenga conto di canoni e di stilemi ben precisi, quanto più possibile fondati su criteri scientifici e dati oggettivi.

Gianmarco De Chiara

Gianmarco De Chiara è nato Napoli il 5 Aprile del 1989. Dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Federico II, laureandosi in Letteratura Inglese con una tesi sul rapporto tra Tolkien e il Medioevo e specializzandosi nel biennio successivo in Filologia Moderna con una tesi sperimentale, ancora in Letteratura Inglese, dal titolo Fumetto e Letteratura - Il graphic novel di Alan Moore.   Alterna l’interesse per la scrittura con quello per il disegno e il fumetto, sperimentando anche altri linguaggi espressivi come la grafica, l’illustrazione, la pittura e il cinema. Ha frequentato corsi di regia e di montaggio cinematografico, realizzando in proprio, tra il 2005 e il 2016, numerosi cortometraggi e due lungometraggi come sceneggiatore e regista. Collabora con diverse realtà editoriali, anche indipendenti, in veste di autore o in qualità di illustratore e grafico. Nel 2008 ha fondato la rivista Malefico e alla fine del 2010 Fumé, rivista di fumetto, arte e cultura. Nel 2015 ha esordito con il suo primo romanzo Dove stanno le lucertole, edito dalla casa editrice Homo Scrivens, e con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2017, il secondo romanzo A sud della mia persona.

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