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Tutto in questa città, possiede una qualità insondabile che permette di dire senza esitazione “Questa è Parigi!”, anche quando non si tratta che di una scatola di latte appesa alla maniglia di una porta.

Julien Green

 

Solo poche settimane fa sono stato a Parigi per la prima volta. Ricordo distintamente che una delle prime cose che mi hanno incantato e fatto dire «Wow, ma allora sono a Parigi!» è stato proprio l’interno del palazzo in cui mi trovavo.­ Apri il portone, sali le scale di legno strette e scricchiolanti, senti i rumori che si insinuano tra le serrature di porte troppo fragili e voilà, sei a Parigi.

Il libro

A Parigi. Da Hemingway a Cortázar di Nicola Ravera Rafaele, l’ultima uscita della collana Passaggi di dogana di Giulio Perrone Editore, parte esattamente da questa sensazione: il libro funziona proprio come un portone che ti invita a entrare in questa “casa alta e stretta, tre piani di stanze piccole e scale” che è Parigi. L’autore si approccia alla città non in quanto capitale dell’arte, delle grandi architetture, dei magnificenti giardini alla francese, ma piuttosto la osserva come fosse un coagulo di sensazioni minuscole e apparentemente irrilevanti. Allora iniziamo da un importante dettaglio cromatico: Ravera Rafaele racconta che il quartiere ricco mente sulla propria natura, travestendo la città con eleganti indumenti bianco e oro quando per la verità, puntualizza l’autore, “Parigi è in toni di grigio” – un grigio che lotta tra il blu e il verde, aggiungerei.

Da subito abbiamo modo di addentrarci nella Parigi letteraria, quella città di carta costruita da centinaia di scrittori che, secolo dopo secolo, ne hanno strappato e rimodellato pezzi per farla entrare nelle proprie pagine. L’autore si lascia guidare dai suggestivi itinerari di questi romanzieri e insieme a loro percorre la città raccontandone la storia, le abitudini, gli ambienti e, più di tutto, le atmosfere che sono il suo cuore pulsante.

Rinascere a Parigi

Notiamo presto che quella che stiamo osservando è anche e soprattutto una Parigi degli stranieri, non di chi ci è capitato per caso, ma di chi l’ha scelta: dall’argentino Cortázar – che nei suoi Rayuela e Manoscritto trovato in una tasca lascia i propri personaggi a rincorrersi lungo boulevard e tra i vagoni della metropolitana – al belga Simenon; dal peruviano Vargas Llosa al russo Gajto Gazdanov. Perché in fondo, come recita Sacha Guitry in esergo, “Essere parigino non vuol dire esserci nato, ma esserci rinato”. E così, andando avanti nella lettura, ci troviamo a scrutare diverse anime: da una parte Kundera che, arrivato a Parigi dalla allora Cecoslovacchia, dal settimo romanzo in poi scriverà in francese – e se è vero che qui si rinasce, allora il francese è a tutti gli effetti la sua lingua madre; dall’altra Ágota Kristóf che, seppure scriverà la sua Trilogia della città di K. in francese, dichiarerà sempre di sentirla come una lingua estranea.

Le due grandi presenze del libro, però, sono Cortázar e Hemingway, come si capisce agevolmente anche dal sottotitolo. Andando avanti nella nostra flânerie (proprio a questo termine è dedicato un bel capitolo) ci rendiamo sempre conto di trovarci a passeggiare in una città plasmata sulla voce dei due scrittori, che spesso e volentieri prendono parola in prima persona grazie ad ampie citazioni di loro testi, in particolar modo de Il gioco del mondo e Festa mobile.

I mille volti di Parigi

Tuttavia, una città come Parigi ha mille volti – e un vestito diverso per ciascuno di essi – e così spalanca le porte anche ad autori di tutt’altro sapore: parliamo dei dirompenti e scandalosi beat, ovviamente Allen Ginsberg, William Burroughs e molti altri. Insomma, Parigi è uno specchio in frantumi e ogni scheggia di vetro è impreziosita – fino a diventare diamante – dagli infiniti sguardi poetici che la lambiscono.

Se ci si fa caso sono pochi gli autori francesi di nascita annoverati nel libro. È però significativo che tra quei pochi sia citato Houellebecq, nato sì in territorio francese, ma nel dipartimento d’oltremare Riunione, in pieno Oceano Indiano vicino alle isole Mauritius; ancora, è significativo che proprio uno scrittore francese abbia a dire: “Parigi non è mai stata una festa, e non vedo nessuna ragione perché lo divenga”. Subito, però, Ravera Rafaele si accorge di essersi messo su una strada accidentata, e allora meglio cambiare subito itinerario, rimettendosi sulle tracce di Cortázar, questa volta per rivivere “Le temps des cerises”, il tempo delle ciliegie, nel quartiere La Butte aux Cailles, che ancora oggi conserva una vena socialista.

La lettura prosegue spedita, saltellando tra i brevi capitoli che parlano di case, di tetti, di ristoranti e di librerie, ma anche di quartieri, di toponomastica e di cimiteri. In conclusione, Parigi è tutto questo e ancora molto di più, e Ravera Rafaele trasforma il suo libro in una sorta di cartina della città, in cui ogni riga è una Rue e gli itinerari più rilevanti sono evidenziati dai passi degli scrittori più rappresentativi.

Nato nell’autunno del ’96. Si è laureato in Lettere Moderne a Bologna ed è iscritto al corso di Editoria e Scrittura a Roma. Le sue due grandi passioni sono il calcio e la letteratura. Fa di tutto per trovare il tempo di scrivere e leggere. Il suo sogno è quello di lavorare con i libri e per cominciare vorrebbe risistemare quelli che torreggiano sulla sua scrivania e sul suo comodino. È attratto irresistibilmente dai libri nuovi, dalla sua ragazza e, inspiegabilmente, dalla metropolitana.

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