Non vi aspettate niente di esaustivo, ché questa è una rubrica per neofiti, per appassionati di lettura, per traduttori alle prime armi. Aspettatevi, però, una grande dose di schiettezza. Una sorta di sintesi incompleta, ma affidabile, di alcuni luoghi comuni che andrebbero sfatati rispetto alla “fedeltà” di una traduzione editoriale e di certe quelle verità che, invece, si intuiscono a fatica.

Innanzitutto, chi traduce sa anche scrivere, chiaro, e il più delle volte è anzi un poeta commovente, un romanziere elegante, uno studioso affermato; però sa che, quando fra lui e la parola c’è la firma di un’altra testa e la presenza di un’altra cultura, la sua lingua deve fare i conti con un universo più grande, che va al di là della sua sola individualità, pur inglobandola totalmente. Nessun traduttore sceglie quindi la cosiddetta infedeltà per ribellione, per capriccio o per noia.

Dopotutto, è proprio dal concetto stesso di fedeltà che bisognerebbe ripartire. E lo facciamo qui e ora, citando alcune parole illuminanti e solo apparentemente provocatorie di Emily Wilson, che nel 2017 ha pubblicato per Norton una nuova traduzione in inglese dell’Odissea. Il suo incipit si discosta da qualsiasi altra strada sia stata percorsa per tradizione, definisce Ulisse un eroe complicato e usa una lingua duttile, viva, e in rima. Che ci crediate o meno, stando a chi l’ha letta risulta convincente, vicina a noi e allo stesso tempo al greco di Omero.

Tuttavia, com’è inevitabile, c’è stato anche chi l’ha criticata – e al riguardo lei ha commentato che «è come se una traduzione dell’Odissea non possa suonare contemporanea. Ma è assurdo che un testo scritto in inglese contemporaneo risulti più autentico meno la lingua sembra contemporanea. Diventa molto meno autentico, così: si tratta di una profonda menzogna stilistica. Un inglese arcaizzante, farraginoso, non è più vicino al greco antico rispetto a un inglese leggibile – anzi, per molti versi ne è persino più distante, perché il greco omerico non è farraginoso, né illeggibile, né sgraziato»*.

Il punto chiave, quindi, è questo: rispettare l’autore non significa risultare artificiosi o stranianti agli occhi dei lettori, né pertanto assecondare il “lessico familiare” del proprio secolo è un reato, anzi. Come sempre è fondamentale capire per chi si stia traducendo, se l’intento sia di conseguenza divulgativo o accademico, e se il proprio registro debba soddisfare un élite o un intero popolo.

Io, per esempio, per la tesi magistrale ho tradotto dal russo un romanzo raccontato dal punto di vista di un adulto con un ritardo mentale non meglio precisato, che chiamava una vicina di casa старуха Авария (lett. vecchia Avaria), perché nella sua ottica, quando c’era lei nei paraggi, capitava sempre qualcosa di spiacevole. Così, dopo essere passata per vecchia dei guasti e altre idee intermedie, ho optato per vecchia Incidente, che copriva uno spettro immaginativo variegato, mantenendo una buona assonanza intralinguistica, un bel gioco di parole e anche un legame semantico con l’originale.

In seduta di laurea mi si è fatto poi notare che in russo, però, entrambi i sostantivi sono di genere femminile, come appunto risulterebbe nel caso di vecchia Avaria, in grado di suonare quasi come un nome proprio “di fantasia”. Un’alternativa su cui mi sono dunque interrogata è stata vecchia Disgrazia, unica soluzione che mi abbia convinto in tal senso ma che, dall’altro lato, continua a sembrarmi troppo connotata in ottica sociale (cadere in disgrazia, venire in disgrazia di qualcuno) e religiosa-cristiana (la dis-grazia è il contrario della grazia divina), entrambe assenti nell’originale.

Dove sta la fedeltà, allora, nel tenere conto del genere grammaticale di un’espressione o della sua carica evocativa? In un vago ma altisonante multiforme ingegno o in un ben più eloquente complicato, nel caso in cui non esistano vie di mezzo conciliatorie? Probabilmente, in un modo in bilico fra il riduttivo e il poetico, sta nella volontà che il messaggio più profondo di un testo non muoia nel passaggio da un codice all’altro. «Il buon traduttore ci riempie d’amore per l’originale; il cattivo, di desiderio», sosteneva non a caso François Vaucluse. D’altronde, non è quello che diciamo sempre anche noi, nella vita quotidiana? Chi ama non tradisce. Oltre a essere esperti, scrupolosi e originali, dunque, conditio sine qua non quando si traduce è quella di essere soprattutto e sinceramente innamorati.

 

*Cfr. Parlami di un uomo complicato

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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