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Le storie di Shaun Tan ci raccontano, con la delicatezza tipica della poesia e della favola, di un mondo ‘fantastico’ ormai perso e lontano.

 

Nel novembre del 2019 la casa editrice Tunué ha riportato sugli scaffali delle librerie l’opera di Shaun Tan, scrittore e illustratore australiano, realizzando una nuova edizione di Piccole storie di periferia. Il volume, pubblicato nel 2008 con il titolo originale Tales from outer suburbia, è una splendida raccolta di racconti illustrati.

Ai lettori di questa rubrica il nome di Shaun Tan suonerà familiare, perché, come ricorderanno, in passato abbiamo analizzato Cicada: opera pubblicata nel 2018 che racconta la storia di un impiegato modello (una Cicala di nome e di fatto) disprezzato e vittimizzato dai colleghi, che dopo diciassette anni di duro e ingrato lavoro trova la via per una nuova vita.

Come Cicala anche Piccole storie di periferia non può essere considerato propriamente un fumetto, ma dovremmo parlare più genericamente di racconto illustrato. D’altra parte anche quest’opera ha dimostrato di possedere caratteristiche grafiche e narrative di altissimo livello, che ci permettono di inserirla nel discorso più ampio e complesso del rapporto che esiste tra narrazione per immagini e letteratura.

Il volume contiene quindici racconti illustrati di diversa lunghezza, dalla singola pagina a storie più lunghe e articolate. Tan, che sul piano stilistico conferma le sue abilità di illustratore, sperimenta questa volta anche con l’impaginazione e con le grafiche, che, in alcuni casi, sembrano adattarsi alle necessità della narrazione. Queste scelte grafico-stilistiche trasformano il libro in un oggetto prezioso, quasi un diario giunto da un luogo lontano e remoto: custode di storie bizzarre e di eventi curiosi e inspiegabili. Così facendo il volume in quanto tale arriva a coincidere con la materia narrativa e acquista quello stesso valore magico che caratterizza i racconti di Shaun Tan.

Le sezioni testuali presentano una prosa lineare e di facile lettura -non a caso Piccole storie di periferia è un libro senza età- e lo stile di disegno è chiaro e immediato. La perfetta armonia tra questi due elementi amplifica l’esperienza e restituisce quel senso di lontano e di inafferrabile che è anche poi la cifra stilistica della maggior parte dei lavori dell’autore.

Il brevissimo racconto di apertura narra di un grande bufalo d’acqua che vive in un terreno sfitto e che, alle persone in cerca di consiglio, indica la giusta direzione da seguire. Tutti coloro che scelgono di credere a questa ‘bizzarra visione’ e seguono il suo zoccolo aguzzo, restano sempre sorpresi e deliziati da quello che trovano alla fine della strada indicata dal grosso animale.

In un’altra storia leggiamo di uno studente straniero ospitato da una famiglia del posto (probabilmente Perth) grazie a un programma di scambio. Il giovane si fa chiamare semplicemente Eric, anche perché la famiglia non è in grado di pronunciare il suo vero nome in modo corretto. Sin dalla prima tavola si intuisce, soprattutto grazie alle illustrazioni, che lo studente è in realtà una bizzarra creaturina (aliena) molto simile a una foglia o a un fiore e i suoi atteggiamenti stravaganti, come quello di dormire e studiare nella dispensa della cucina, vengono assecondati affinché si trovi a suo agio. Eric studia di continuo, è molto curioso e fa tante domande e sembra più interessato alle piccole cose che scopre per terra che alle grandi cose del mondo. Osserva e raccoglie tappi di bottiglia, carte, bottoni, tutti oggetti insignificanti e che per l’uomo comune non hanno alcun valore.

Tra gli altri racconti spiccano: Risacca, in cui l’apparizione improvvisa e inspiegabile di un dugongo, sul prato della casa al civico diciassette, incuriosisce tutto il vicinato; Omini stilizzati, dove si racconta di queste figurine umane fatte di rametti che “sono sempre stati qui, da prima che qualcuno ne avesse memoria, da prima che la boscaglia venisse eliminata e tutte le case costruite”.

Questi omini, che tra l’altro ricordano nelle fattezze l’Eric del racconto omonimo, sono sparpagliati in tutto il quartiere e pare che non si muovano o che si muovano molto lentamente, come le nuvole. Non creano alcun fastidio e sono quasi un altro elemento del paesaggio della periferia. A volte “alcuni ragazzi più grandi si divertono un sacco a picchiarli con mazze da baseball, bastoni da golf” e si arrabbiano quando si accorgono che gli omini non hanno alcuna reazione, restano là per terra, salvo poi ricomparire l’indomani mattina in piedi vicino alle staccionate e ai viottoli dei garage.

È facile intuire già a questo punto che nei racconti di Tan si toccano le tematiche più diverse: l’amicizia in senso lato, il rapporto con il ‘diverso’ (si veda il caso di Eric o delle varie creature provenienti da mondi lontani), le diversità razziali e culturali.

Nei racconti La macchina dell’amnesia e All’erta ma non allarmati si affrontano anche i temi più attuali dell’impatto dell’uomo sull’ambiente e il suo rapporto contraddittorio con la tecnologia e persino con le armi.

Il testo forse più emblematico però è La nostra spedizione, penultimo racconto della raccolta, in cui due fratelli partono per una ‘spedizione’ oltre i confini del loro quartiere. La loro avventura si esaurisce però molto presto e anche in modo piuttosto deludente: “Più ci inoltravamo, più tutto sembrava non cambiare, come se ogni nuova strada, parco o centro commerciale fossero semplici copie dei nostri, fatti con lo stesso gigantesco kit di costruzione. Solo i nomi erano diversi”.

L’autore ci mostra in sostanza un mondo in cui l’omologazione ha appiattito ogni cosa e non ha risparmiato nemmeno gli angoli remoti delle periferie; un mondo dove la meraviglia della scoperta e le fantasticherie dei bambini sembrano affievolirsi sempre più col passare del tempo. Tutto ciò che è stato dei lontani mondi fantastici e possibili resiste a fatica nel buio pozzo della modernità e riusciamo a percepirne appena un’eco lontana.

Sebbene i racconti di Tan non presentino la classica morale alla fine della storia, possono comunque essere considerati delle fiabe moderne. Ci raccontano, infatti, con la delicatezza tipica della poesia e della favola, di un mondo ‘fantastico’, ormai perso e lontano, che il genere umano, con particolare rifermento agli adulti, sembra aver dimenticato e a cui non crede più.

 

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Gianmarco De Chiara

Gianmarco De Chiara è nato Napoli il 5 Aprile del 1989. Dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Federico II, laureandosi in Letteratura Inglese con una tesi sul rapporto tra Tolkien e il Medioevo e specializzandosi nel biennio successivo in Filologia Moderna con una tesi sperimentale, ancora in Letteratura Inglese, sul rapporto tra Letteratura e Fumetto. Alterna l’interesse per la scrittura con quello per il disegno e il fumetto, sperimentando anche altri linguaggi espressivi come la grafica, l’illustrazione, la pittura e il cinema. Collabora con diverse realtà editoriali, anche indipendenti, in veste di autore o in qualità di illustratore e grafico. Nel 2008 ha fondato la rivista Malefico e alla fine del 2010 Fumé, rivista di fumetto, arte e cultura. Nel 2015 ha esordito con il suo primo romanzo Dove stanno le lucertole, edito dalla casa editrice Homo Scrivens, e con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2017, il secondo romanzo A sud della mia persona.

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