In questi giorni sta circolando un meme interessante sulla necessità di ricorrere a un essere umano per effettuare una traduzione efficace. Le varianti sono molteplici, ma il senso press’a poco è sempre uguale: qualcuno scrive su Google Translate verbi affini tra loro in una lingua, ma le stesse sfumature semantiche non esistono nell’altra, motivo per cui il sistema le rende tutte allo stesso modo.

Il fatto che tale “informazione divulgativa” sensibilizzi il Web sull’importanza del mestiere di chi traduce è positivo, naturalmente, per quanto dal meme traspaia un’idea di fondo in parte sbagliata. La ragione per cui serve un professionista per tradurre, infatti, non dipende dall’esistenza di termini quali pigliare, agguantare e afferrare. Se così fosse – o meglio, se il problema si riducesse a una mera questione di sinonimia da sbrogliare –, basterebbe allora munirsi di un buon dizionario per procedere. Invece, senza girarci intorno, ciò non è neanche lontanamente ipotizzabile.

Avevo provato a spiegare il perché in modo più o meno approfondito attraverso alcuni esempi pratici in un articolo pubblicato a maggio, mentre oggi vorrei soffermarmi su una domanda specifica, che è in parte connessa al meme a cui abbiamo accennato. L’ultima volta che l’hanno rivolta a me in prima persona è capitata non più di un paio di giorni fa, dal momento che è la più frequente tra quelle che mi vengono poste non appena spiego di lavorare nell’ambito linguistico e letterario. E, in soldoni, suona più o meno così: Potresti tradurre per me un testo dall’italiano all’inglese?, o magari allo spagnolo, o al russo, o al francese.

La mia risposta, tranne in rare occasioni, consiste in un diniego rapido e risoluto. Il che, di solito, scatena una reazione di delusione mista a sorpresa nel mio interlocutore. Spiego quindi che mi sono formata apposta per svolgere la professione con dignità, senza millantare competenze che non ho, e che di conseguenza non mi sento in grado di tradurre verso una lingua che non sia l’italiano. Come me dovrebbero comportarsi numerosi colleghi sedicenti tali o con un buon curriculum alle spalle, sebbene guadagnare faccia gola a chiunque e rispettare una certa deontologia sembri, di converso, passato ormai di moda.

Andate però a chiedere ai clienti di determinate agenzie che brutta esperienza abbiano poi subito in tribunale, all’atto di presentare un documento tradotto alla bell’e meglio, o che figura abbia fatto uno chef stellato con i clienti cinesi nel venire a sapere che il nome di un suo piatto era stato stravolto per via di una logica incomprensibile nel menù. Molti altri strafalcioni quotidiani li abbiamo toccati con mano parlando della svalutazione della professione oltre un anno fa, e a loro aggiungiamo adesso il rischio di sfigurare anche nel mondo del marketing, dell’editoria indipendente o del giornalismo, non appena ci si convince che basti essere esperti di una lingua straniera ed essere traduttori di mestiere per garantire un lavoro di qualità in olandese, in coreano o in rumeno.

C’è chi ne è capace, con piccoli o grandi sforzi, e chi si coprirebbe invece di ridicolo pur di non ammettere che una frase idiomatica, una forma abbreviata o il lessico di uno specifico campo semantico non sono alla sua portata, pur non di comprendere né confessare che per costruire una frase fedele e creativa al tempo stesso in una lingua straniera ci vuole qualcuno che l’abbia parlata dai primissimi anni di vita in poi e che sia in grado di dimostrare una data competenza nel settore. Altrimenti, si può comunque tentare la strada della traduzione dall’italiano e rivolgersi a un revisore madrelingua qualificato prima di consegnare il prodotto finito, per assicurarsi che non ci siano strafalcioni e che il testo sia scorrevole e credibile nella forma e nei contenuti.

Perfino in circostanze simili, tuttavia, oltre che una delizia tradurre rimane una croce. Una croce per chi se ne occupa senza esserne in grado, per chi non sa quando e perché rifiutare un incarico, per chi demonizza Google Translate ma snobba poi la figura del revisore – per chi, in breve, ha ancora molti passi da compiere prima di rispettare sul serio gli addetti ai lavori e la loro reale combinazione linguistica, a dispetto di quanto una laurea o una certificazione professionale lascino credere a persone meno esperte.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

2 Comments on “Per tradurre verso una lingua straniera, state alla larga dagli italiani

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