Non dimenticherò mai la volta in cui, durante un esame di letteratura spagnola in triennale, la prof ha interrotto il nostro orale per interrogare una ragazza che portava un programma più vecchio e con meno argomenti. Io e le altre candidate abbiamo ascoltato con le nostre orecchie la studentessa in questione leggere alcuni versi piuttosto mordaci di un poeta sudamericano della fine dell’Ottocento e improntare una traduzione a vista su richiesta della docente. Per qualche strana ragione, nella sua resa il sostantivo polla (lett. cazzo) è diventato pene. La prof le ha allora chiesto di ripetere e lei balbettando ha parafrasato in membro maschile, sebbene con poca convinzione.

Quello è stato il giorno in cui ho capito che il mestiere di chi traduce richiede una faccia di bronzo e una prontezza di riflessi non da poco. Come l’insegnante ha fatto notare alla nostra compagna di corso, infatti, se un autore decide di chiamare l’organo riproduttivo maschile cazzo, è cazzo che deve restare anche in italiano, perché eliminarne la connotazione volgare o attenuarne la portata sarebbe un tradimento, una leggerezza dal peso specifico tutt’altro che indifferente. Così accade per autori come Michel Houellebecq o Charles Bukowski, fra i primi che mi vengono in mente. Né fanno eccezione Bulgakov, Giovenale o addirittura il nostro Dante Alighieri, che quanto a linguaggio scurrile è stato spesso maestro tanto nei sonetti quanto in alcuni passi dell’Inferno.

Una croce antica e difficile per chi traspone in un’altra lingue simili penne, che peraltro nell’ultimo secolo ha assunto connotati ancora più complessi nel mondo del cinema. Sembrerebbe un problema di censura, invece il motivo per cui spesso nel doppiaggio alcune parolacce vengono eliminate ha a che fare con motivazioni tanto pragmatiche quanto sociali. Dal punto di vista pragmatico, le battute devono infatti mantenere lo stesso numero di sillabe complessivo e restare quanto più fedeli possibili al labiale della versione originale, il che obbliga spesso a delle “variazioni sul tema” o a optare per una traduzione più libera e spesso eufemistica di certe espressioni.

Dal punto di vista sociale, un esempio particolarmente chiarificatore è stato riportato da Vito Tartamella, che sul suo blog ha rammentato la frase molto forte pronunciata da un personaggio del film Slevin in merito alla Madonna descritta con termini erotici. Una tale battuta, è stato giustamente notato, «ha un diverso impatto a seconda del pubblico: per quello angloamericano si tratta di una volgarità forte e rozza, ma quello italiano lo percepirebbe come un sacrilegio o una bestemmia. Dunque, tradurlo letteralmente significherebbe – paradossalmente – snaturarlo. Forse è per questo motivo che il traduttore del film ha preferito lasciare i termini erotici, riferendoli però alla regina d’Inghilterra. Si può discutere sull’efficacia della scelta, ma non è del tutto incomprensibile».

Chiaramente, non mancano i casi in cui il traduttore volgarizza locuzioni che nella lingua di partenza non rientravano in un campo semantico triviale. Talvolta si compie questa scelta per mancanza di professionalità, sperando di allettare il pubblico con un lessico forte e di sicuro impatto (vd. Hayao Kurenai no buta di Hayao Miyazaki, letteralmente Maiale cremisi e diventato invece in Italia Porco rosso), e allo stesso tempo ci si prende una libertà forse eccessiva nel ricalibrare la portata di un testo, sia esso scritto o multimediale. Altre volte, al contrario, si decide con cognizione di causa di enfatizzare un certo passaggio per compensare un’attenuazione dei toni in una diversa parte dell’opera, che magari nella lingua di arrivo non permetteva di sbottonarsi fino in fondo.

Qualunque sia la ragione che porta a confrontarsi con un tabù sessuale, religioso, etnico o anche solo idiomatico, la faccenda rimane delicata e spesso tortuosa da risolvere, specie perché la soluzione più adeguata non dipende esclusivamente dalla mentalità di diversi popoli, ma anche dai “tempi che corrono”: un conto era tradurre le commedie di Molière o di Goldoni nella raffinata e pudica era Vittoriana, un conto sarebbe trasporle negli odierni Stati Uniti guidati da Donald Trump – e così via. Quand’è che la croce si trasforma in delizia per un professionista della traduzione, quindi? Quando ci si rende conto che non sarà una parolaccia a seppellirci, nemmeno se dovessimo essere noi a dovere di tanto in tanto seppellire lei.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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