La bellezza l’aveva cercata di notte, oltre le stelle, oltre il suo naso che con il passare degli anni si ingrossava e si riempiva sempre più di macchie e di pieghe. Un bel nasone in mezzo a quella faccia che si dimenticava con facilità. Due occhi normali, lineamenti come se ne vedono per strada tanti, sui quali basta uno sguardo veloce, dove è inutile soffermarsi. Non c’era niente degno di nota in quel corpo che trasudava mediocrità. La bellezza l’aveva cercata di notte, negli anfratti e per le strade deserte, nei respiri delle persone che incrociava.  Amava la notte e il suo silenzio, e il cuore della città che rallentava mentre il suo si destava e aumentava i suoi battiti. Avrebbe potuto fare di tutto la notte, qualunque cosa, ma non faceva niente se non cercarla quella bellezza che si nascondeva di giorno, che si inguattava. Era come se stessero giocando a nascondino da un’eternità: si sfioravano senza mai toccarsi veramente.

Anche quella notte diede libero sfogo alla sua dromomania, indossò le sue scarpe preferite e partì senza sapere dove andare, senza una meta, con la sola certezza che avrebbe camminato senza fermarsi davanti all’insegna di qualche bar o davanti a qualche vetrina per specchiarsi. Avrebbe camminato e basta.
Era come se quel camminare lo avvicinasse a una redenzione che mai aveva cercato, proprio come non aveva cercato niente di quello che aveva vissuto, di quello che gli era arrivato: l’amore e gli amici, la morte di Francesco che si era perso, per sempre, dentro quella macchina troppo piccola per contenere il suo sorriso così pieno di vita. Quella morte era arrivata una mattina di maggio poco prima di spegnere la sua diciottesima candelina, e non c’era un cazzo da festeggiare, c’era da stare in silenzio solo con i ricordi e la tensione dell’inspiegabile, del destino e di quell’ombra nera che da quel maggio gli avrebbe, per sempre, nascosto un pezzo di cuore.
Li perdiamo questi pezzi di cuore a ogni addio, per ogni violenza subita. Era troppo giovane per aver preventivato la morte e la desolazione, il cuore che scoppia e le lacrime che per Francesco non uscivano, troppo debole per il funerale, troppo vile per incontrare la mano di sua madre. E allora camminava da solo per la città, senza piangere e senza fermarsi, senza parlare con nessuno, nemmeno con se stesso. Era cresciuto troppo in fretta, e camminava ancora dopo tanti anni portandosi il cuore in mano, un cuore scheggiato dalla mancanza e dalla consapevolezza che niente sarebbe stato più come prima di quel maggio arrivato troppo presto – quella morte gli aveva portato via quelle serate spensierate e quella sensazione che l’adolescenza non sarebbe mai finita, quella voglia di bere direttamente dalla fonte dell’eternità. Non sarebbero tornate le serate del paese a fissare le forme delle sue coetanee che si accentuavano, l’emozione delle prime volte, dei seni prima visti, poi accarezzati e poi il calore dell’amore, la paura della seconda volta, i baci appassionati, l’ira mista alla sconforto dei rifiuti, l’equilibrio precario dell’anima, la povertà che si respirava nell’umidità della sua stanzetta.

Camminava, senza chiedere il permesso, senza cercare la redenzione, camminava sperando di non essere solo, sperando in un paradiso così grande da poter custodire quel sorriso così abbagliante che si era spento, per sempre, quella mattina di maggio arrivata troppo presto.

 

 

Donatello Cirone

È nato in Lucania nel 1986, vive e lavora a Firenze. Nel 2010 ha fondato la Rivista Letteraria L’Irrequieto, che da allora gestisce quotidianamente con dedizione. Condirettore di Radio Senza Frontiere. Co-fondatore di Light Magazine. Per fortuna è insonne. Cerca di sorridere. Fa troppe domande. Quando non cede alla tentazione di perdersi tra i decimali del Pi Greco lavora. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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