Le lingue come quella italiana sono davvero meticolose: distinguere i nomi propri da quelli comuni semplicemente utilizzando una maiuscola anziché una minuscola è una trovata semplice, efficace e facile da intuire. La si insegna presto a scuola, forse addirittura prima ancora dell’alfabeto: quando scrivi il tuo nome la prima lettera va messa grande, ecco, così.

E così, per esclusione, tutto quello che non indica un fiume specifico, una montagna al di là del confine, una persona o una città, va scritto sempre in minuscolo. Elementare, no? Senza dubbio. Peccato che le lingue come quella italiana siano costantemente piene di eccezioni alla regola e capaci di mettere in crisi in innumerevoli situazioni.

Non si può mica scrivere presidente della repubblica con le iniziali maiuscole, per esempio. Né si può dire durante il novecento, o la statua della libertà. Non si può parlare di uno stato per riferirsi a uno Stato, di un paese per indicare un Paese o della storia come sinonimo della Storia. Il Palazzo Barberini, poi, prende a propria volta la maiuscola perché non è un palazzo qualsiasi, e il medio-oriente è un vero e proprio errore.

Affascinante la lingua italiana, sul serio. Al punto da piazzare trappole ovunque, in via dei rigattieri o in piazza del popolo, e a volte perfino fra le pagine di letteratura dei greci o dei latini. Ecco fatto, visto quanti sbagli? Parlare di microdramma di chi scrive e deve districarsi in un simile labirinto è, nel caso specifico, addirittura un eufemismo: il dramma è gigantesco, coinvolge grandi e piccini e il più delle volte ci assilla per una vita intera.

Liberarsene non è facile, né quando si scrive una lettera a un egregio direttore né quando viene in mente la chiesa cattolica, la borsa di Milano, la camera dei deputati, l’organizzazione delle nazioni unite o l’università degli studi di Roma. In altre parole, mai. La nostra quotidianità è impregnata di parole-trabocchetto e di maiuscole che sbucano da ogni angolo senza che noi ce ne accorgiamo – o peggio, senza che noi le piazziamo al posto giusto.

Una via d’uscita non esiste proprio, allora? In realtà ci sono dei trucchi per tentare di non annegare e, se ci si riflette, non sono nemmeno troppo contorti da applicare. Il più facile è il seguente: utilizzare la maiuscola quando il termine corrispettivo con la minuscola avrebbe un significato diverso, o una classe grammaticale diversa (aggettivo anziché sostantivo e viceversa, quasi sempre), o un’accezione diversa.

In tutte le espressioni elencate finora, infatti, è chiaro a tutti che paese-Paese non hanno lo stesso significato, che i greci non sono i Greci, che la camera e la Camera non coincidono. La minuscola rimane, invece, quando la parola in questione mantiene la sua definizione originale da dizionario: via Mazzini è corretto, il teatro Bolshoj pure, e per lo stesso motivo i nomi dei mesi o dei giorni della settimana non hanno bisogno di ricorrere alla maiuscola.

Quest’ultima riappare, invece, in formule e titoli istituzionali, nelle denominazioni di libri, film, canzoni e quant’altro, nelle formule riverenziali (il sig. Avvocato), in termini religiosi (Dio, Madonna vs. chissà quale dio ci ascolterà mai; madonna Fiammetta era molto avvenente) o astronomici (Sole e Luna, esattamente come Marte, Venere, Terra etc.) e, soprattutto, quando ci si sta riferendo a un’entità specifica e la si vuole distinguere da tutte le altre che portano lo stesso nome (ad es. l’Impero, se nel testo sta parlando dell’impero romano).

Se fosse tutto qui e se bastasse applicare un paio di promemoria, ovviamente, il problema non esisterebbe più alla radice. Il fatto è che non sempre si tratta di regole prescrittive approvate all’unanimità, oltre al fatto che spesso il contesto e la soggettività di chi scrive e di chi legge possono stravolgere qualsiasi certezza.

E posso assicurarvi che non funziona così mica solo adesso: è una diatriba aperta fin dall’Età della pietra – o età della Pietra? O Età della Pietra? O età della pietra?

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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