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Non sempre i microdrammi di chi scrive dipendono da qualcosa che si deve fare in prima persona e in cui non si riesce a dare il meglio di sé come si vorrebbe. Succede, infatti, che anche nel ricevere qualcosa da parte di altri ci si ritrovi in difficoltà – e no, stavolta non per colpa di un editor troppo esigente e bacchettone.

Fra tutto ciò che riceve uno scrittore, l’arma maggiormente a doppio taglio è costituita senza dubbio dai feedback dei suoi lettori. E quale lettore più autorevole, specialmente in un’era digitalizzata come la nostra, di uno che recensisce l’opera appena data in stampa?

È autorevole per il pubblico, s’intende. È autorevole per coloro che ancora non si sono convinti ad arrivare nella libreria o biblioteca più vicina per chiedere proprio quel titolo, per coloro che non sono sicuri se investire i propri risparmi in un nuovo ebook, per coloro che conoscono qualcuno disposto a prestare loro il volume e che non sanno se accettare o meno la proposta. L’intera schiera di potenziali estimatori futuri è lì, affamata di opinioni, curiosa di saperne di più, in un’affannosa ricerca cartacea e online grazie a cui informarsi meglio.

E, chiaramente, anche chi ha scritto il libro si trova nella stessa condizione, con l’aggravante che scoprire i pareri dei primi interessati alla sua pubblicazione non ha solo scopi meramente commerciali, ma legati in special modo al proprio ego, all’attaccamento rispetto al testo e al proprio talento – o presunto tale. Così, ogni volta finisce per spulciarli con una punta di autolesionismo, partendo da quelli che lasciano ben sperare dalle primissime righe.

Vada come vada, però, nel profondo sappiamo tutti che non saremo mai soddisfatti di una recensione sul nostro conto e che con questo microdramma dovremo convivere per la nostra intera esistenza. Perché? Ebbene, poniamo il caso che il giudizio sia positivo e che ci si complimenti con noi per la creatività, i temi trattati, certi passaggi… E che ci si paragoni addirittura a scrittori più affermati (specialmente con gli esordienti e con gli autori contemporanei, è prassi comune: preparatevi psicologicamente).

A questo punto, tre scenari possibili: ci paragonano a un autore che non conosciamo. Ci sentiamo un po’ in deficit, anche se alla fine possiamo rimediare facilmente alla nostra ignoranza. Oppure: ci paragonano a un autore che secondo noi non c’entra davvero un fico secco per idee e produzione con la nostra posizione. E qui iniziamo a tremare, affliggendoci dei danni che la soggettività comporta negli esseri umani. Il peggio accade, però, se ci paragonano a un autore che non ci piace affatto – e vi lascio solo immaginare quanto e come ci si disperi a quel punto.

Se la recensione è negativa, invece, quasi sempre il motivo è dovuto a: un passaggio che è stato male interpretato, in particolare sul finale. Terribile, snervante. Si vorrebbe inviare una lettera di protesta pur di spiegare le proprie motivazioni e fugare ogni dubbio, ma poi ci si contiene. Oppure: è dovuto a una scena che non piace nemmeno a noi e parte inevitabilmente un’autoflagellazione ad alta voce che, volendo, potrebbe proseguire come un mantra per anni e anni. Il peggio? In questa circostanza, arriva quando la ragion della critica è legata a qualcosa che l’editor ci ha suggerito di inserire, promettendoci approvazione e gloria eterna da parte del nostro pubblico.

Non si scappa, davvero.

Nella migliore delle ipotesi, grazie alle interviste che rilasceremo e alle occasioni di intervenire durante eventi pubblici, saremo capaci di chiarire alcune faccende, di fare autoironia, di sottolineare che il nostro rapporto con un certo scrittore è di un tipo e non di un altro. Potremo dire la nostra e difenderci, insomma, nel tentativo di apparire un po’ più simili a come ci vediamo noi e un po’ meno tremendi rispetto a come ci vedono gli altri.

Agli sfortunati che non ci riescono, comunque, rimane da ricorrere a una soluzione eventualmente più radicale: inventarsi uno pseudonimo, creare un blog e le recensioni che ci si vorrebbe ritrovare al mattino in bacheca scriversele da sé. Poco politically correct, però quantomeno da sé stessi si può stare certi che non si verrà delusi. D’altronde, a mali estremi…

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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