Il microdramma di oggi si è già palesato ai nostri occhi a partire dal titolo. Perché non penserete mica che sia un caso che abbia scritto “o parentetiche” in parentesi, vero?

Ebbene, si tratta di un problema parecchio comune per chi scrive – e quale non lo è?, direte voi -, ma come potete osservare questo è potenzialmente molto più frequente di altri. Al punto da diventare una sorta di compagno di avventure o di acerrimo nemico, in base ai punti di vista e alle maniere in cui se ne fronteggia la difficoltà.

In altre lingue il problema si pone più di rado, un po’ perché talvolta l’ordine sintattico vieta pause incidentali a priori e un po’ perché non sempre risulterebbe comunque comprensibile e scorrevole spezzettare un concetto e completarlo a più riprese. In italiano, invece, per nostra immensa fortuna o sommo dispiacere, gli incisi sono spesso contemplabili fra le opzioni di chi ha una penna in mano.

Chiaramente il guaio non consiste tanto nelle parentetiche in sé, che anzi di solito riescono perfino ad essere simpatiche e piacevoli a vedersi e a leggersi, quanto nel fatto che per piazzarle è necessaria una padronanza della materia trattata e anche una buona capacità di mettersi nei panni di terzi. Non si può mica interrompere un periodo in modo casuale, infatti, né si possono mica scrivere interruzioni lunghe quattro righe e sperare di essere ugualmente capiti.

Il quanto e il come, quindi, si classificano anche stavolta come i dilemmi più complicati da risolvere. Il dove si piazza in mezzo fra tutti e due e non sa bene se propendere più per la prima posizione in classifica o per una delle successive, ma d’altronde è un classico.

Ne consegue che uno non vorrebbe ridursi a scrivere frasi lapidarie e a disseminare i testi di punti fermi, però dall’altro lato non riesce a districarsi fra le innumerevoli possibilità che offre l’ennesima proposizione subordinata e rimane bloccato. Prova a inserire le parole incriminate fra soggetto e verbo, accorgendosi tuttavia che la lettura ne viene rallentata. Ne accorcia allora la lunghezza, senza risolvere niente, e infine pensa con ingenuità di potere cavarsela sostituendo le parentesi con i trattini, oppure con le virgole.

Peccato che i tentativi siano puntualmente fallimentari e che diventino addirittura tragicomici quando, per disgrazia celeste, c’è da fare una specifica dentro la specifica. In questo caso non si sa davvero che pesci pigliare: è meglio iniziare con le virgole e poi passare nell’ordine a trattini e alle parentesi, suggerirebbe una saggia regola, ma come ci si dovrebbe comportare se fosse necessario ricorrere per qualche ragione alle parentesi in prima battuta? Se ne aprono contemporaneamente di graffe, tonde e quadre?

E ancora: se si è già abbondato di trattini nello stesso paragrafo o in quelli appena precedenti, non diventerebbe un po’ ridondante fare di nuovo ricorso a loro? La risposta spontanea alla domanda sarebbe sì, e in questo modo altri interrogativi affiorano a cascata e affollano la testa di dubbi capaci di intersecarsi indissolubilmente gli uni con gli altri.

Cosicché, l’unica scappatoia che rimane è rappresentata dall’abolizione a tavolino delle incidentali per partito preso (e per semplificarsi un tantino l’esistenza). Si ritorna a un’espressione scritta essenziale, breve, priva di orpelli. Che non metta in situazioni scomode e che non complichi la propria attività più di quanto non lo sia già.

Peccato solo accorgersi che – perfino nelle frasi più banali e accorciate – certi incubi tornano a presentarsi con spavalderia (e ogni riferimento a questo post è puramente casuale, s’intende). Inutile dire che, sic standibus rebus, è meglio stringere i denti e farsi amici gli incisi. Anche perché, pure che li si continuasse a considerare nemici, non si riuscirebbe a liberarsene mai definitivamente.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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