Ogni scrittore che si rispetti sa che arriverà un giorno in cui, nonostante l’autostima e nonostante l’apprezzamento da parte di persone conosciute e sconosciute, rischierà di risultare noioso e scontato. Non perché lo sia una sua idea, una sua trama, una sua storia, ma perché sarà costretto a fare i conti con un passaggio della narrazione specifico: quello della descrizione.

Può trattarsi dell’aspetto fisico di un nuovo personaggio, della casa in cui si svolgono tre scene di seguito, della temperatura che c’è al di là della finestra, delle azioni in sequenza di qualcuno, ma il microdramma si presenterà comunque e con la stessa forma. Facendo scattare la paura di procedere per cliché, per frasi fatte, per segmenti di testo e di concetto banali, prevedibili, per niente intriganti.

D’altronde, ingegnarsi per rendere i capelli di un uomo particolarmente profondi o emblematici di un carattere richiede un certo sforzo mentale, una fantasia che già il resto dell’impianto risucchia rigo dopo rigo con tutti i suoi colpi di scena, i suoi dialoghi, le sue riflessioni. Né è facile attribuire un fascino o un significato recondito a una lampada da tavolo in metallo, scarna e squadrata, dozzinale quanto centinaia di altre in ogni parte del mondo.

E così, da un lato si vorrebbe fare a meno di scrivere certi paragrafi: sarebbe meglio saltarli a piè pari, dando a chi legge solo qualche informazione dai contorni sfumati. Ha dei capelli sulla testa, punto. La scena si svolse all’interno di una casa, dopodiché le ricostruzioni degli interni non sono più un problema di chi scrive. Dall’altro lato, invece, la tendenza potrebbe essere all’eccessiva profusione di dettagli, chiaramente calcati su una tradizione ormai prestabilita: capelli corvini e che raggiungono le pieghe del collo, da una parte, e una casa con i fiori alle finestre dall’altra, per dirne una. Non si sa mai dove piazzare l’asticella del limite e dell’ovvio, perciò o la si spezza e la si butta in un angolo, oppure per prudenza la si colloca molto in basso, al confine fra il non detto e l’accennato.

Peccato che i lettori siano un po’ più furbi di quanto chi scrive, di solito, voglia credere. Peccato che loro si accorgano di questi trucchi e che non si lascino infinocchiare. Quando poi vanno a scrivere una recensione della storia, non mancheranno di sottolineare: descrizioni eccessive e poco originali, sapevano di già sentito e non arricchivano la narrazione. Oppure: peccato che l’approfondimento di luoghi, pensieri e aspetto dei personaggi non fosse molto approfondito, mi sarebbe piaciuto immaginare con più nitidezza certe scene.

 E perciò in questi casi, sostanzialmente, non rimangono che due alternative. La prima, quella un po’ più vigliacca ma certamente più divertente e misantropa, consiste nel prendersela a priori con i lettori, che non hanno saputo cogliere fino in fondo l’inventiva del vostro lavoro e il genio della vostra mente. Con i lettori che pretendono sempre qualcosa di diverso, che non si accontentano, che non sanno vedere il bello là dove qualcuno con talento da vendere glielo sta offrendo a mani nude. Ah, che categoria insulsa e inappagabile, quella dei lettori!

Divertente, sul serio. Fa riconciliare con sé stessi e risparmia molte paturnie, molti Cosa c’è che non va in me? e molte sedute da sedicenti psicologi che risponderanno alla domanda con un’altra domanda: Secondo lei cosa?

La seconda alternativa richiede una certa fatica, però in cambio trasformerà la massa furiosa di lettori in un prezioso alleato, e aiuterà a trovare maggiore soddisfazione nel risparmiare i soldi di parecchie sedute psicanalitiche. In cosa consiste? Nel fingere che la descrizione sia essa stessa uno sviluppo della vicenda, nel non dare l’impressione che ci si è fermati per chiarire i contorni di una determinata situazione, nello stuzzicare con battute, con quesiti ancora da risolvere, con provocazioni, con succose anticipazioni buttate lì e riprese solo dopo quattro capitoli.

Prendete questo post, ad esempio. Non è altro che la descrizione di un microdramma: un’intera pagina in cui sostanzialmente non succede nulla, ma in cui ci sono parecchi spunti, parecchie frecciatine, parecchia autoironia. Eppure, non ve n’eravate neanche accorti, siete andati avanti spediti e divertiti, vi siete lasciati coinvolgere perché vi interessava realmente l’argomento trattato.

Ebbene, la vostra prossima sfida affrontatela con lo stesso spirito. Dimenticatevi che state spiegando e immaginate di stare raccontando, condividendo una visione, permettendo di gustarsi meglio il paragrafo che verrà. E, se non siete bravi coi paragrafi che verranno, fate ancora una volta come me: dopo la descrizione fermatevi e lasciate tutti a bocca asciutta, obbligati a voltare pagina o ad aspettare qualche giorno prima di sapere dove andrà a parare un certo discorso.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *