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Sappiamo benissimo cosa succede quando, nonostante la concentrazione, abbiamo delle scadenze così vicine da farci tremare le mani ad ogni parola che scriviamo prima di arrivare alla fine. Sappiamo cosa succede quando non abbiamo mangiato abbastanza e, proprio mentre stiamo lavorando a un passaggio fondamentale di un nostro manoscritto più o meno lungo, un brontolio dello stomaco ci costringe a fare una pausa. Così come sappiamo che è difficile mettersi all’opera se davanti a noi c’è ancora una pagina tutta bianca, perché stiamo appena cominciando.

Quello che a volte dimentichiamo, però, è anche quanto risulti complicato arrivare fino in fondo e sentirci soddisfatti della nostra giornata (o settimana) di scrittura quando non è colpa delle deadline, del cibo o degli incipit se siamo bloccati, ma solo e soltanto della nostra tendenza naturale a distrarci.

Le notifiche di smartphone e computer sono il primo fattore, per esempio. Basta uno squillo per farci rimanere di fronte a uno schermo per decine di minuti. Poi magari è la volta di una telefonata, o di una curiosità in questo o in quel social. Poi magari ci viene in mente una citazione da pubblicare, la didascalia di una foto da leggere, una canzone da riascoltare, uno status da condividere, una foto da postare con un paio di filtri. Poi magari aspettiamo di vedere i feedback degli altri, di sapere se ci scrivono dei commenti, di rispondere a nostra volta.

Nel frattempo portiamo avanti le conversazioni per cui avevamo già ricevuto una notifica, e chiaramente non finisce qui. Basta scrivere vicino a una finestra per guardare la gente che passa, i fiori che sbocciano nel balcone di fronte, la forma delle nuvole… Interessante, delicato, però spesso occasione di distrazione pura e semplice. A chi cade più facilmente in tentazione succede anche solo con delle voglie impulsive che non ci sarebbe nessuna fretta di assecondare, eppure. Cambiare suoneria, scaricare un nuovo sfondo, riordinare la scrivania, fare il cambio di stagione anche se l’estate non è ancora finita o se è ancora inverno inoltrato.

I più temerari prendono addirittura iniziative da zero: si convincono di volere cominciare un corso di chitarra, telefonano ad amici che non sentono da tempo e iniziano a raccontare di sé per ore, per poi dire: Ma ti va se ci vediamo fra una mezz’ora per un caffè e continuiamo la chiacchierata di persona? Quasi sempre la risposta è sì, di conseguenza si chiude il file, si salva tutto, e si va via. Un classico – anzi, un microdramma classico.

Microdramma che spesso si trasforma in un circolo vizioso, per il quale si inizia a guardare l’orologio e ci si dice: Okay, alle 17:00 torno a darmi da fare, oppure Fra dieci minuti esatti riprendo, oppure Scrivo l’ultimo messaggio e poi metto il silenzioso. Poi, per sbaglio, si fanno le 17:01 o passano undici minuti, oppure nello scrivere il messaggio ci si ricorda che si deve assolutamente dire qualcos’altro a qualcun altro e si è punto e a capo. Più tardi si fa, meno voglia si ha di rimettersi all’opera, e così si rimanda all’indomani, a due giorno dopo, alla settimana seguente. Con il rischio di non venirne più fuori e di farsi bloccare dalla mancanza di costanza.

L’unica via d’uscita è quella di giocare un po’ con sé stessi, di iniziare a fare i cattivi e di stabilire delle regole più ferree. Si possono avvisare le persone più intime di non farsi sentire durante una certa fascia oraria, per esempio, o di non aspettarsi una risposta prima del tardo pomeriggio. Si può andare a scrivere su una panchina al parco, o in biblioteca, o in un posto da cui ci sia una bella vista sulla città. Si può far partire un timer o installare addirittura applicazioni che vietano l’accesso ai propri account per un intervallo personalizzato, e insieme al bastone usare la carota mettendo in sottofondo la musica giusta, sistemandosi i capelli o tenendo accanto a sé qualche caramella, per esempio.

Altrimenti, io ve lo dico, il rischio è che per scrivere un post come questo che vi sto proponendo io ci mettiate ben sei ore e dodici minuti. Davvero un po’ troppo per chi dopotutto si rende conto di non essere immortale, no?

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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