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Alcuni microdrammi non passeranno mai di moda, che la scrittura assecondi l’incedere delle nuove tecnologie o meno, che uno sia alle prese con testi di tipo narrativo o divulgativo, che si pratichi un genere o l’altro. Fra questi figura senza dubbio il microdramma della punteggiatura, del quale basta già la definizione perché venga da ridere istericamente.

Che altre reazioni vi verrebbero in mente, d’altronde? Prendete frasi in cui il soggetto è inseparabile da decine di complementi: subito dopo vi verrebbe spontaneo mettere una virgola, ma lì a quel punto c’è il verbo e non si può mica separarlo dal soggetto. Oppure, pensate a quegli elenchi lunghissimi il cui ultimo elemento è preceduto da una “e” congiunzione e che poi sono seguiti a propria volta da altre informazioni che dovreste fare anticipare da un’ulteriore “e”. Che fare? Quante virgole piazzare, in questo caso, e dove?

Sempre a proposito di virgole, sono innumerevoli i casi di connettivi che non sappiamo se incastonare fra due segni di punteggiatura o meno, o magari se accompagnare a uno soltanto – prima o dopo la parola incriminata? E non dimentichiamo i due punti, ormai sfruttati di continuo, né del punto e virgola che continua ad apparire fuori moda e complicatissimo da usare. Una mezza pausa, lo definirebbe qualcuno. In altri termini, un segno che non è né carne né pesce e che sembra sempre fuori luogo.

Cosa dire, poi, del punto esclamativo! Amico di chi adora essere enfatico e, spesso, sfruttato al punto da sostituire il punto interrogativo. Non ci credete! Eppure è così. Il punto interrogativo, dal canto suo, fa quasi sempre capolino per incorniciare domande meramente teoriche, collocate in momenti strategici per coinvolgere chi legge e per rompere una quarta parete altrimenti troppo solida. Nei discorsi diretti, invece, se ne fa un uso più parco, forse perché si ha paura che l’insistenza di uno o più personaggi nel chiedere spiegazioni o favori possa risultare poco credibile. Facile a dirsi, complesso ad applicarsi.

L’ultima affermazione mi fa venire in mente anche il trattino, che insieme alla parentesi rappresenta l’unica maniera in cui in lingua italiana si possono marcare le proposizioni incidentali (virgola esclusa, s’intende). Qual è la difficoltà, stavolta? Ebbene, la parentesi è per lo più vista con diffidenza, quasi che si trattasse di un angolino in cui l’autore di un testo si concede il lusso di una spocchia. Sembra dire: so che non si tratta di un’informazione principale, ma già che ci sono e che lo spazio me lo consente volevo specificarlo, tiè. Non vi ha forse fatto lo stesso effetto la parentesi di questo paragrafo?

Dall’altro lato, il trattino è considerato da intellettualoidi. Da appassionati delle aperture a effetto, da gente che ha bisogno di condire la scrittura con arzigogoli per renderla più elegante e raffinata. Se a ciò si aggiunge l’eterno dubbio delle virgolette da preferire fra le uncinate e le caporali, o il problema degli accenti acuti e gravi da mantenere tali (digitando perchè e non perché, per esempio), si avrà un quadro della situazione globale e terrificante.

Non c’è poi da stupirsi se il rapporto con la punteggiatura subisce liti e maledizioni perenni, se alcuni manoscritti non hanno alla fine fatto pace con i loro segni di interpunzione e se c’è chi ha parecchie incertezze su quanto è giusto e quanto è sbagliato, normativamente parlando.

L’unico modo per sottrarsi all’incubo è decidere in modo perentorio di rifiutare le virgole e poi i due punti e poi i punti e virgola così non ci si deve porre il problema alla radice al massimo si farà a meno anche dei punti interrogativi tanto a che servono meglio puntare sulla semplicità senza subordinate parentetiche e senza punti esclamativi ci mancherebbe solo un sobrio punto in chiusura e amen vedrete che poi la grammatica la smetterà di essere così maledettamente complicata e infestata dalle eccezioni e permetterà anche ai comuni mortali di non commettere di continuo errori vergognosi fine.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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