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Di problemi legati all’influenza dei forestierismi o alla scelta del registro linguistico più adeguato a un determinato lavoro di scrittura avevamo già parlato. Trovandoci in Italia, però, abbiamo il dono (o la disgrazia) di avere una terza difficoltà da affrontare quando decidiamo di cimentarci con carta e penna, legata in maniera indissolubile alla nostra area geografica di provenienza.

Si tratta di un linguaggio parallelo a quello standard, del quale di solito ci rendiamo conto a stento. Chi ci circonda, infatti, nella maggior parte dei casi condivide con noi un certo lessico e ce lo propina a sua volta, senza preoccuparsi minimamente della sua correttezza o accettabilità. Ci basta cambiare regione o, se siamo baciati dalla sorte, perfino provincia soltanto, per vedere scemare ogni nostra certezza.

La gente non capisce alcuni termini, non organizza le frasi come noi, non ha familiarità con delle strutture che noi utilizziamo di default da una vita intera. E questo, chiaramente, ci capita anche quando sottoponiamo una nostra opera a degli interlocutori lontani dal nostro luogo di origine. Lo troviamo che ha evidenziato termini per noi lapalissiano, che si pone domande assurde sul nostro idioletto e che presto o tardi se ne esce con l’insinuazione più offensiva al mondo: ma questo non sarà dialetto?

Chi si occupa di inventare storie, copioni teatrali, testi di canzoni o componimenti in versi è notoriamente refrattario al dialetto a livello inconscio. Non vorrebbe sbucasse fuori dai suoi paragrafi, se non in bocca a un personaggio fortemente connotato o in un contesto nel quale le parlate locali sono giustificabili e prevedibili. Di conseguenza, sentirsi chiedere se non si è forse ricorso a un dialettismo senza volerlo.

Lo conoscerò il mio mestiere, viene da pensare. Certo che non ho usato un dialettismo, per chi mi hanno preso? Sono di madrelingua italiana pure io, perbacco. Poi, però, si consulta un dizionario, ci si confronta con terzi, si legge una pagina web affidabile e si scopre l’inimmaginabile. Il dialettismo lo abbiamo usato per davvero, e le prime note della quinta sinfonia di Beethoven possono solo accompagnare la nostra improvvisa disfatta interiore.

Si presenta così al nostro cospetto l’ennesimo microdramma, stavolta complice un idioma nazionale affiancato e accerchiato da ogni parte da questa o quella forma mutuata in modo troppo palese dal veneziano, dal fiorentino, dal siciliano, dal genovese o dal napoletano. A denti stretti dobbiamo ammettere di essere caduti nella trappola e di avere nel nostro vocabolario personale una prova schiacciante della nostra origine romagnola, marchigiana o pugliese.

Come procedere, dunque? Depurare la lingua per renderla al 100% neutra rispetto ai dialetti non sempre risulta immediato e fattibile, in particolare se capita che un determinato concetto non esiste in italiano o se manca anche solo il corrispettivo specifico a livello lessicale. Dall’altro lato, in certi casi non ci sembra quasi giusto privarci di una ricchezza unica nel suo genere e che caratterizza la nostra maniera di esprimerci nel resto del tempo.

Per essere capiti e apprezzati, tuttavia, non possiamo ricorrere di continuo a note a piè di pagina o aspettarci clemenza nei confronti di chi non è abituato quanto noi a sentirci parlare deviando più o meno consapevolmente dalla norma riconosciuta, il che ci porta a un bivio le cui due strade rischiano di rivelarsi vicoli ciechi a pari merito.

Nell’attesa di una soluzione che potrebbe non profilarsi mai di fronte a noi, rimane comunque la furba alternativa di preparare intanto una sorta di glossario individuale, nel quale fare confluire ogni nostra trovata e da diffondere magari preventivamente, cosicché per le opere seguenti la nostra cerchia di lettori sia già preparata a cosa li aspetti.

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La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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