L’ignoranza di Milan Kundera esce per la prima volta nel 2001, nello stesso anno quattro gruppi di terroristi islamici distruggono il pentagono a Washington, le torri gemelle a New York cadono su se stesse dopo essere state colpite e un aereo si schianta in Pennsylvania. In Macedonia i partiti slavi e albanesi firmano un accordo politico per porre fine alla guerra civile. Il 15 maggio a Varsavia, comincia il processo contro l’ex presidente della repubblica, Wojciech Jaruzelski, accusato delle stragi di operai Danzica e Gdynia.

Contemporaneamente Kundera racconta  l’esilio e la fragilità della memoria. Tra citazioni di poeti “fedelissimi” e brani di natura filosofica si trova la storia di Josef e Irena i due esuli eccezionali in grado di confermare la regola del nostalgico ritorno in patria. Il comunismo, oltre la sua ideologica Russia, è finito, eppure il ritorno a Praga sembra avvenire solo fisicamente, con la mente altrove. Il concetto di patria e memoria, dice Kundera, risulta relativo agli anni che un uomo ha da vivere, alla disponibilità di tempo che ha per compiere delle azioni ripetutamente, e dunque, renderle ordinarie.

Le ipotesi si fanno fondamenta dei dialoghi e dello sviluppo narrativo che caratterizza il romanzo. Le parole che i personaggi si scambiano risultano essenziali e minime rispetto all’universo individuale che i pensieri sottesi ad esse significano per ogni personaggio. La verosomiglianza narrativa si ricollega al rapporto che si crea tra le diverse memorie, come, ad esempio, si ricordano diversamente Josef e Irena e l’impatto che la loro persona ha avuto sull’altro. I due si perdono anni prima e il loro ritrovo, seppure eccitante, non corrisponde ad un’agnizione; si crea un parallelismo tra l’Odissea più volte citata e il riconoscimento della patria, comunemente donna e madre paziente. Josef non riconosce la sua patria, e come Irena, neppure se stesso. Alla base di questo fraintendimento tra i due Kundera si rifà e filosofeggia quasi matematicamente sulla nebulosità del ricordo e la sua precarietà “umana”, intrisa di temporaneità. Il tempo, dunque, che definisce involontariamente la durata della rievocazione, trova spazio tra le idee di patria, solitudine, abbandono, ritorno e “io”.

L’ “io” di Irena trova in Josef la libertà duramente agognata durante le peripezie che la vita le ha offerto, le scelte obbligate e  le strade già percorse. Ma cos’è la libertà descritta da Kundera? Irena, accortasi di aver perso la sua occasione e scoperto l’inganno di Josef si dispera, «Stesa a pancia in giù. Il corpo scosso da sussulti, riesce solo a pensare alla solitudine che l’aspetta.» (p.177)
Così ancora una volta Irena si riconosce innanzi al vuoto esistenziale del suo “io”, dedito a un marito che ha dovuto imparare ad amare, e poi perso; alle figlie da accudire, e poi divenute donne adulte; a Gustaf, un compagno e un espediente per misurare la sua loquacità e la sua forza. Josef, il risultato romantico e romanzato di uno sguardo fugace, che infine non la riconosce. E poi c’è lei, sola tra l’architettura, la lingua e la cultura di chi l’ha voluta complice di un destino, perlopiù femminile, di sudditanza.

Durante il loro indifferente ritorno in patria i due protagonisti si trovano a fare i conti con l’indifferenza e l’ignoranza di chi hanno lasciato venti anni prima, i fantasmi del passato. Tra questi, oltre a mogli e mariti defunti, restano le sbiadite memorie degli stessi, Josef e Irena, irriconoscibili a se stessi tra le pagine di un diario giovanile, e gli oggetti avvizziti di una casa altrui. Incuriosisce vedere come l’autore sia riuscito a creare una chiave di lettura tra iil ritrovamento dell’identità da parte di Josef e la memoria della moglie perduta. «[…] fissandosi in quel modo sulla sua esistenza  passata,  la relegava proditoriamente in un museo di oggetti smarriti e la escludeva dalla sua vita presente.»,  (124) leggendo questo passo si può notare come la morte della moglie e le conseguenze terrene che ha portato siano verosimilmente le conseguenze dell’esistenza passata dell’uomo, che diversamente dallo spettro della moglie, non sembra avere intenzione di “coabitare con il vecchio se stesso”. Ma sia per Josef che per Irena ogni tentativo di rimanere, volontariamente o meno, legati ai ricordi della vita passata risulta fallimentare. L’abulia emotiva che hanno incontrato lungo le loro sofferenze di espatriati si fa predominante.

La contemporaneità di Kundera non giace mai e continuamente, consapevole della ripetitività umana, si fa largo tra dinamiche sociali che non trovano mai riposo.  L’autore racconta l’esilio di chi stava fuggendo, ancora, da una guerra; racconta la sua storia tra le speranze di un governo giusto. Mentre il terrorismo continua ad essere la più grande conseguenza dell’ignoranza. Anche oggi rileggendo questo libro si può percepire la liberazione di chi fugge e arriva su coste straniere. Lo strazio dei cari abbandonati e la voglia, tuttavia, di non tornarci più. Il senso di colpa e la coscienza intima dell’esule, come in Kundera, non viene quasi mai ascoltata e questi, ancora una volta soli, si ritrovano a dover fare i conti con lo “straniero”, che prima è il paese verso il quale fuggono, poi, la patria natia.


 

Virginia Fattori

è nata nel 1996 a Pesaro, si è laureata in Lettere Moderne con una Tesi in Letteratura Italiana Contemporanea rigurardo “Lo sfacelo dell’istituzione familiare ne Gli indifferenti di Alberto Moravia”. Ha lavorato per Mangiatori di Cervello, premiato ai Macchianera Awards nel 2016 e ha intrapreso un breve percorso nel mondo della cronaca. Nonostante l’inesauribile passione per la letteratura si è avvicinata al mondo del Marketing e della Comunicazione cui ha sostenuto diversi esami durante il percorso di studi. Mentre frequenta la Magistrale in Italianistica lavora nell’ambito della comunicazione politica. Già appassionata sin da giovanissima ha pubblicato “Elle” nella collana di Rupe Mutevoli.

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