Leggendo un libro non si può sfuggire alla sua eterna contemporaneità. Le chiavi di lettura che lo criticano, positivamente o negativamente, in realtà passano, spazzate via da un’onda di mareggiata alta. L’amica geniale (il primo libro di una quadrilogia) di Elena Ferrante, a pensarci bene, viene pubblicato nel 2011. Il primo di gennaio l’Ungheria assume la presidenza di turno, così cito, dell’Unione Europea; l’11 marzo uno tsunami colpisce la regione di Tohoku in Giappone; in Italia, invece, Papa Giovanni Paolo II viene proclamato Beato. Nel frattempo Lenù  e Lila crescono in poche pagine di libro, non è chiaro chi segua l’altra fin dall’inizio, ma la cosa certa è che se qualche lettore prova stupore innanzi alla condizione che devono vivere le due giovani, altri ritrovano casa.

Siamo a Napoli, tra gli struggenti anni Cinquanta e Sessanta di una borgata napoletana, come molti lettori non ne hanno mai conosciute. L’irreale ecosistema di salumerie, bar e ciabatterie tiene a stento insieme i pezzi di una parte di Italia che non ha conosciuto ancora la resurrezione e ci è difficile oggi capire se sia davvero mai riuscita a spostare la gravosa pietra. Gli inciampi della malavita e dello Stato assente si sono fatti nemici di chi volesse davvero cambiare. Ma la Ferrante davanti a chi ancora grida alla secessione racconta di come un lampo, caduto al posto giusto, posta trasformare la sabbia ruvida in un’opera d’arte.

La povertà dilagante che aleggia nelle stanze delle case di chi vive il romanzo si trasforma in motivazione, quella naturale spinta all’autoconservazione, quell’Uomo di Giava che si fa Sapiens, infine incontrollata dalla razionalità di chi la ricchezza l’ha sempre vissuta, diventa il trampolino da cui un tuffatore poco esperto si lancia, ruzzola per lo spazio che lo separa dall’acqua e infine si lussa una spalla. L’autrice, consapevole di quanto racconta (o ricorda), apre una via di fuga a quei personaggi che crescono tra urla, violenza, e istinto di autoconservazione,  la Scuola. Quella spelonca più civilizzata dove ragazzi e ragazze possono conoscere il mondo leggendolo attraverso i libri, dove gli insegnanti diventano le mamme non claudicanti pronte e dare il proprio sostegno.

In quegli anni, però, la scuola non è di tutti e sicuramente non è per tutti. Lila non può andarci infatti, acerba e acuta, studia sola prendendo in prestito i libri della biblioteca. La ribellione che ci fa conoscere è quella del fulmine, temuto dai più piccoli di spirito, lo stesso che si insinua nella sabbia ed è in grado di cristallizzarla. Rendere il ruvido liscio, l’opaco brillante. Lo stesso miracolo sociale in grado di rompere l’ecosistema di una borgata napoletana degli anni Cinquanta e Sessanta, quelli struggenti, soprattutto per chi deve capire chi è e cosa può essere.

Tutto, dunque, gira intorno alla scuola. Prendendo come spunto di riflessione il libro di Marco Balzano “Le parole sono importanti”, il lettore può meglio decifrare il significato di questa Istituzione, ancora prima di questa parola. La parola Scuola deriva dal greco antico scholè, un termine che al tempo designava un momento di riposo, di svago e di divertimento per i giovani e non. Questo termine in latino assume la forma di schola, modificando conseguentemente anche il suo significato, che qui è ricollegato al “moderno” senso dell’ educazione. Balzano continua la sua analisi contrapponendo questo termine a quello latino di labor che significa lavoro, pena e sofferenza. La scuola veniva così associata, sia dai greci che dai latini, a un momento di riposo per l’anima e il corpo, in cui assorbire nozioni che avrebbero arricchito lo spirito dell’individuo. Nell’ Amica Geniale, la storia etimologica della parola Scuola incontra l’incertezza causata dalla povertà che le famiglie  devono affrontare quotidianamente. Per mangiare è necessario lavorare, per lavorare ci si deve affaticare, secondo la logica per cui tornare a casa profumati, non sudati e stanchi, significa non aver lavorato, non meritarsi il pasto. Così alle due protagoniste, innanzi all’offerta della maestra di iscriversi alla Scuola superiore, sorge un dubbio: cosa ho fatto per meritarmelo? Ho faticato? Ho sudato? Entro quanto potrò guadagnare per non pesare sulla famiglia? Sposarsi risolverebbe molti problemi, sicuramente. Notiamo come l’otium studiorum desiderato nell’antichità rimane, ancora nel ricordo di queste due vite, un privilegio ma al contempo si trasforma in un inutile capriccio.

La Ferrante all’interno di questo racconto, ci guida attraverso il labirinto psicologico di una piccola realtà in grado di raccontare la storia “umana” di un paese, l’Italia, e ancor di più di rendere testimonianza delle anguste dinamiche presenti nelle borgate che affiancano le grandi città. Per lo stile narrativo e la pervasività delle descrizioni, risulta difficile dire se questo si possa definire il romanzo di una vita, o un ricordo vero e proprio di vita vissuta.

Chi è l’amica geniale dunque: Lila con la sua inesauribile perspicacia e la sua caparbietà, oppure Lenù e l’accurato e metodico studio? La genialità descritta dalla Ferrante in quale ritratto letterario si risolve? Tra le forze mondiali che si contrappongono tra loro, e la forza della natura che riesce sempre ad avere la meglio, cosa significa oggi essere geniali?

Virginia Fattori

è nata nel 1996 a Pesaro, si è laureata in Lettere Moderne con una Tesi in Letteratura Italiana Contemporanea rigurardo “Lo sfacelo dell’istituzione familiare ne Gli indifferenti di Alberto Moravia”. Ha lavorato per Mangiatori di Cervello, premiato ai Macchianera Awards nel 2016 e ha intrapreso un breve percorso nel mondo della cronaca. Nonostante l’inesauribile passione per la letteratura si è avvicinata al mondo del Marketing e della Comunicazione cui ha sostenuto diversi esami durante il percorso di studi. Mentre frequenta la Magistrale in Italianistica lavora nell’ambito della comunicazione politica. Già appassionata sin da giovanissima ha pubblicato “Elle” nella collana di Rupe Mutevoli.

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