Lo dico prima ancora di iniziare: se ci riuscissi e se ne avessi il tempo, parlerei di questo argomento in ben più di un’occasione all’interno di una rubrica dedicata alla traduzione. Perché, se rendere in una lingua diversa da quella di partenza qualunque tipo di messaggio è di per sé un’impresa, riuscirci con una poesia è una sorta magia.

Potenzialmente, infatti, un verso potrebbe avere anche tutt’e sette le funzioni comunicative individuate da Jakobson, oltre a rispettare un determinato schema metrico e di rime. Cioè volere convincere il destinatario di qualcosa, concentrandosi però sulla sua reazione emotiva e sul contenuto profondo del messaggio, senza trascurare riferimenti al modo stesso in cui viene usato il linguaggio e al canale prescelto, facendo intanto riferimento a uno specifico contesto.

Non è un traguardo che riuscirebbe potenzialmente a raggiungere qualunque testo? Sì, con la differenza che in poesia lo si fa, per l’appunto, anche mantenendo una certa lunghezza, scansione e musicalità, che non può essere né trascurata né “trasformata” in maniera troppo radicale. Lo si può fare forse con la prosa? Naturalmente no, sebbene i margini di libertà e di tolleranza siano senza dubbio un pizzico diversi.

Una volta, per esempio, mi è capitato di tradurre un componimento dal francese i cui versi terminavano tutti con lo stesso suono, una e chiusa che in fonetica viene indicata con /e/ e che può corrispondere a più parti del discorso: verbi, sostantivi, aggettivi, perfino avverbi e preposizioni. Si trattava dell’unico caso in un’intera raccolta con oltre sessanta titoli, impossibile fare finta di nulla. Impossibile, però, anche trovare un escamotage funzionante in italiano e che, senza fare perdere una certa costanza sonora, rispondesse anche alle altre funzioni e intenzioni della poesia. Ho raccolto la sfida e ci ho provato, ringraziando quantomeno l’autore per avere scritto in versi liberi e sciolti.

Chi traduce gli haiku, per citare un caso particolarmente eclatante, di certo è ancora meno fortunato. Generalmente è composto da tre versi per complessive diciassette more (e non sillabe, come comunemente detto), secondo lo schema 5/7/5, riporta in effetti Wikipedia riferendosi alla sua struttura tradizionale. Quindi, non solo è già complesso elaborare da zero un haiku in lingua italiana per via di sostanziali differenze di codice, ma è quasi improponibile pensare di tradurre uno con efficacia – per quanto l’esperienza ci dimostri il contrario.

Esistono haiku nella lingua del sì che fanno onore al mestiere del traduttore e del poeta insieme, così come esistono traduzioni della Divina Commedia che ci lascerebbero a bocca aperta per inventiva e accuratezza, per quanto forse non lo crederemmo verosimile. Di certo il gap culturale è a volte incolmabile, se consideriamo soprattutto che in determinati casi perfino il concetto è intraducibile, figuriamoci poi se non esiste un corrispettivo o se quest’ultimo non è utilizzabile per ragioni stilistiche, grammaticali, fonetiche e così via.

E non è un caso che coesistano diversi approcci e diversi risultati, ora più concentrati sul significato e ora sulla forma, ora sull’equivalenza e ora sulla filologia – basti pensare a quante versioni dell’Odissea o dei sonetti di Shakespeare ci siano state tramandate, a quanti sforzi possa richiedere tradurre Il cinque maggio di Manzoni in una lingua parlata nell’Africa subsahariana o in italiano un testo sacro scritto in sanscrito, in cui il suono, tanto quanto la radice stessa di una parola, ha un carico semantico e ieratico ben preciso.

Insomma, è una croce e delizia al tempo stesso perché non esiste quasi mai una versione “preferibile”, figuriamoci “analoga” all’originale. È una croce e delizia perché poi, alla fine della fiera, deve anche toccare specifiche corde emotive, creare suggestioni, proporre riflessioni, lasciare con la bocca mezza aperta e il cuore vivo, con le orecchie appagate e gli occhi stupefatti, dal momento che stiamo parlando di lirismo, non di calcoli matematici o di reazioni chimiche. Perché qualcuno potrebbe riuscirci in modo più preciso, più delicato, più vicino al senso auspicato dalla penna di chi aveva scritto rispetto a noi.

E perché, nel frattempo, è mostruosamente necessario diffondere e condividere la poesia*, per quanto sia in apparenza la forma più in-utile di lettura, scrittura e traduzione che esista. Così superflua e così indispensabile da rimanere la più complessa da sbrogliare, la più enigmatica da capire, la più catartica da praticare. Quella di cui sicuramente ci torneremo a occupare qui e che, intanto, continuerà a tenerci compagnia nella vita quotidiana senza che forse riusciremo nemmeno ad accorgercene.

 

*Cfr. Necessità delle traduzioni, che, per quanto in senso lato, spiega comunque bene il concetto e presenta le posizioni di alcuni teorici imprescindibili.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

2 Comments on “L’inutilità indispensabile della traduzione poetica

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