Come durante ogni Vigilia di Natale, anche oggi trascorreremo le ore fra momenti di convivialità familiare e grandi attese. Che viviamo vicino al mare o con le Alpi dietro la finestra, in Italia o all’estero, se seguiamo la tradizione cattolica saremo di sicuro in compagnia di loro due: albero e presepe. Molti ormai conoscono le origini quantomeno del tipico abete addobbato in ogni casa, mentre non tutti sanno che gli elementi costitutivi del presepe sono in parte figli di una traduzione sbagliata.

Se la grotta a cui siamo tanto abituati, per esempio, non figura nei testi canonici, dove tutt’al più si faceva riferimento a una mangiatoia, ed è solo nel vangelo apocrifo dello pseudo Matteo che ne viene segnalata la presenza, le figure del bue e dell’asinello sono totalmente assenti, per non quindi dire inventate. «Nel testo originale della Bibbia dei Settanta, infatti, Abacuc profetizza che il messia nascerà “en meso duo zoon”, ovvero “in mezzo a due età” (forse a indicare che la sua nascita farà da spartiacque tra due ere), ma il traduttore latino ha confuso il genitivo plurale di zoè (età) con quello di zoon (animale), rendendo con “in medio duorum animalium”.

Questo errore, lungi dal lasciare perplessi i fedeli, scatenò la fantasia popolare, andando a sommarsi all’altra profezia citata nel passo del vangelo apocrifo: Così si adempì ciò che era stato annunziato dal profeta Isaia, che aveva detto: “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone»*, per quanto in realtà il paragone fosse riferito al popolo ebraico, che a differenza degli animali non sapeva riconoscere in Dio il proprio pastore.

Non si tratterebbe, dopotutto, di un caso isolato. Incomprensioni, contraffazioni e manipolazioni del testo originale sono all’ordine del giorno nell’Antico e nel Nuovo Testamento, a causa del fatto che tradurne e interpretarne il senso non è mai stato facile, in particolare in certi passaggi cruciali. Eva, per dirne una, non è affatto detto che sia nata da una costola di Adamo, dal momento che la parola del testo ebraico scelta era tselah, ovvero nei suoi primi significati fianco, lato, metà**. Né la croce associata a Gesù Cristo era verosimilmente a forma di T, dato che in greco il termine stauròs indicherebbe un semplice palo appuntito e verticale***.

Eppure, certe versioni, per quanto non sempre esatte dal punto di vista etimologico, sono rimaste radicate nella cultura di interi popoli, riproponendosi nel testo delle preghiere, nell’iconografia, nel linguaggio quotidiano e addirittura in alcuni rituali, non ultimo per l’appunto quello legato al Natale. Un’eclatante dimostrazione di come le traduzioni, che ci piaccia o meno, facciano parte del mondo su cui è intessuta la nostra vita di ogni giorno.

Quali sono, allora, i meriti o i demeriti di chi ha tramandato un testo sacro fino a noi? Si può parlare anche stavolta di croci e delizie del mestiere? Probabilmente no, o meglio, sarebbe riduttivo trattare la questione solo sul piano delle difficoltà e dei piaceri di chi ha accesso a più di un idioma e mette le proprie conoscenze a disposizione di intere comunità. I destini coinvolti, i valori che entrano in gioco, la stessa visione del mondo che viene plasmata e che si impone per via di una scelta anziché di un’altra, possono portare a enormi conseguenze legate non soltanto alla sfera teologico-religiosa.

Ciò su cui bisognerebbe riflettere è insomma, tanto per cambiare, la sconfinata responsabilità che si assumono i traduttori nello svolgere il proprio operato, che dovrebbe andare di pari passo con la consapevolezza di non potere distorcere nemmeno un frammento dei contenuti, né disambiguare senza le dovute ricerche quanto appare tragicamente criptico. Nei loro confronti è necessaria una fiducia critica, così come è fondamentale avere cura di scegliere la persona giusta per l’opera giusta, o i lavori giusti per sé stessi. Altrimenti, un reed sea (mare dei giunchi) potrebbe passare alla storia come  Mar Rosso*** e rimanere impropriamente tale nei secoli dei secoli.

 

*Cfr. Il presepe nato da un errore di traduzione
**Cfr. Capuano R.G., 111 errori di traduzione che hanno cambiato il mondo, Stampa Alternativa, Viterbo, 2013, pp. 28-30.
***Cfr. Ivi, pp. 30-31.
****Cfr. Ivi, pp. 37-38.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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