Firenze – Linea soppressa 

Si era spiaggiata sugli ultimi sedili come una medusa gravida, con le gambe aperte e le mani ciondoloni che cadevano pesanti sui sedili macchiati da chi sa quale oscuro liquido. Lo sguardo poteva sembrare vispo, ma non lo era. Era sempre in difesa, una donna sempre pronta alla battuta sprezzante, denigratoria, inutile, una di quelle battute fatte solo per distogliere lo sguardo dalla sua essenza priva di carattere, vuota come la scodella di un suonatore d’aria. Aveva imparato a vivere trascinandosi nel mondo senza saperlo. Riempiva le sue giornate di chiacchiericci e pettegolezzi, le servivano per non pensare, a non pensarsi raminga per il mondo, e non importava se a volte il piacere le inondava il ventre e se a volte una della sua claque la faceva sentire potente adulandola. Paragonarla a una vipera sarebbe stata un’offesa per quell’animale così tanto bello, sinuoso e sicuro.  Elargiva stupidità al mondo gratuitamente e i malcapitati che la incontravano la sopportavano come si può sopportare una bolla sotto un piede in viaggio di nozze. La guardavano prima con rabbia poi con pena, una profonda pena. Stravaccata su quel bus fermo si guardava attorno, un ghirigori colorato sbucava dal suo seno e le macchiava la pelle, un tatuaggio così brutto che una mangusta tatuatrice cieca e senza arti avrebbe fatto meglio. Un tatuaggio orrendo, come il suo fare, come il suo essere sempre tracotante. Si muoveva per il mondo con la sua claque sghignazzando su tutto e tutti. Sporcavano con le loro risate l’aria dei locali dove si parcheggiavano il sabato sera. Era l’unica fonte della loro felicità, un tripudio di neuroni per la frittura, un continuo raggirarsi nelle passioni degli altri. Defloratrici violente della sensibilità dei più che malauguratamente incontravano le loro pelli sfatte. Lei di più, ma, tutte erano al confine ultimo tra il sovrappeso portato dallo scorrere naturale degli anni e della gravità e lo sfatto ricercato. Pigre come bufale in sosta trovavano giovamento solo nel salmodiare le disgrazie degli altri, si abbuffavano di racconti segreti e tresche presunte. Una ricerca spasmodica di intrighi, rotocalchi viventi scritti su carta riciclata di pessima qualità.

La linea era stata soppressa per sempre.

Il Bus era fermo, abbandonato in un Fuori servizio perenne. Si era spiaggiato, quel bus, dentro quel deposito anch’esso abbandonato come un vecchio malato scampato troppe volte alla morte. Ansimava le sue pene in silenzio, il suo vecchio rombo aveva lasciato spazio allo stridore ferrigno di pistoni secchi, in una violenza non lubrificata priva d’amore. Tutto disperatamente urlava l’irruenza del tempo che gli aveva arrugginito lamiere e sportelli. I cerchioni ammaccati e senza gomme erano di fatto una sentenza finale.

Il bus era fermo e lo sarebbe rimasto per sempre. Lei era ancora poggiata sui suoi sedili sporchi, spiaggiata come una medusa gravida, con le gambe aperte in compagnia della sua claque, piccole bulle avvelenate da specchi troppo lucidi.

Erano ferme come quel bus e lo sarebbero rimaste, forse, per sempre, abbandonate da loro stesse dentro un recinto fatto di pettegolezzi e storie riecheggianti solo dentro i loro screpolati pugni, oltre quel recinto, oltre quelle carcasse di bus divelte dal tempo, oltre quella medusa gravida e la sua claque, alla fermata di una nuova linea, un bimbo rombava e urlava e sorrideva mentre nelle sue manine un bus giocattolo volava nell’aria percorrendo nuove strade.

 


La foto è di  Qimono

Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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