Firenze – Linea 40 Incontri
Cosimo il Vecchio – Santa Maria Maddalena de’ Pazzi.

 Ore 06:40. Fermata: Cosimo di Giovanni de’ Medici detto il Vecchio

Ogni respiro di quest’attesa mi entra nelle ossa, pervade quella che sono, quella che vorrei essere, quella che non sono e, forse, quella che non sarò mai. Una serie interminabile di battiti che si accavallano prima ai secondi poi ai minuti, alle ore. Tutto è come se fosse avvolto in una bolla di sapone, pronta alla sua fine, alla sua imminente distruzione. Una ineluttabile condizione, oltre la fine. Sono forse questa? Una bolla di sapone, inconsapevole questo è certo, ma una bolla di sapone subito prima di perdersi nell’area –  se solo fosse stato più bello Guido, se solo fosse stato diverso non avrei aspettato questo Bus, sarei scappata.
Se solo, io, fossi stata diversa da come sono, ma in fondo io lo so di essere questa, e so che questi “se solo fossi”, sono le mie scuse per essere questa che sono: sogni da infrangere e perdere e accatastare, accumulare come questi secondi che si perdono sotto questa pensilina fredda.
Mentre Firenze si desta e si riveste con le vesti sempre più sporche io attendo, e attendo come ho sempre fatto, con i capelli che scendono oltre il collo, i pantaloni aderenti, un cappotto largo e caldo. Il torpore lascia spazio allo stress, alle corse inutili, alle tante attività che restano un pretesto, una scusa per dimenticare quanto sia inutile essere attori di questo spettacolo, di quanto sia irrimediabilmente compromesso lo scorrere delle nostre acque, un grido taciuto, aveva scritto Pavese. Restiamo muti davanti alle attese, a tutte. Ai baci mai dati, ai contratti da firmare, al desiderio, ai soprusi, alle mancanze, agli amici che partono, a quelli che arrivano, alla noia di essere sempre noi stessi. Resto muta in attesa, a questa fermata, senza che il vento mi scompigli i capelli, dove potrei far morire, incatenati, uomini e amanti. Resto in attesa, in balia del tempo e della fine dello spettacolo, della caduta del sipario, rovinosa e sorprendente, che lasci le quinte alla mercé degli sguardi indiscreti e cattivi degli spettatori. Voglio restare ferma e silente, voglio correre e saltare, voglio riprendere in mano la mia vita, i sogni che non realizzerò, voglio viaggiare, voglio annegare in un mare di felicità. Sì lo voglio ma, lo farò domani, forse, adesso salgo sul bus.

Il bus è caldo, i sedili sporchi, il conducente urla, le buche mi riportano su il caffè che ho bevuto poco fa. Resto in piedi, con le mani attaccate a questo palo senza ballare. Stretta, per non cadere, per non rovinare a terra proprio come il sipario, per non finire prima d’aver detto la mia ultima battuta, e non un silenzio, non una lettera, ma una parola plasmata, recitata senza spettatori, senza maestranze, una “buona la prima”. Una prima ultima di un’opera con un unico atto, un’unica ultima scena. Sarà io a far cadere il sipario, a farlo rovinare a terra, in mezzo al palco, polveroso e rosso, come un vestito di scena dimenticato nel sottoscala di un teatro bruciato.
Sarò io a spegnere la luce. Se solo fosse stato più bello Guido, forse, sarei scappata.

Dischiudo la mia mano lentamente, se solo fosse stato più bello Guido, stacco la mano dal palo.
Il Bus è fermo e scendo.
Resto in attesa che Guido passi, prima o poi mi presenterò a lui, per adesso aspetto, forse, lo farò domani.

Ore 6.51. Fermata Santa Maria Maddalena de’ Pazzi.


In copertina la foto è di Patrick Blaise

Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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