Firenze – Linea 32
Danimarca – Libera Accademia di Belle Arti – ……

Fermata: Danimarca – Libera Accademia di Belle Arti

Il giorno era ancora troppo lontano, la notte era calata chiassosa su una Firenze pronta a festeggiare la fine dell’anno, pronta a trovarsi davanti allo specchio con il push-up vuoto, il mascara da comprare, la cravatta rossa e le mutande nuove, la barba incolta, e quel profondo senso di vuoto che si respira solo quando si ha la percezione di una fine imminente, che sia quella di un telefilm, di una storia d’amore o del tubetto della maionese con ancora l’intera porzione di patatine da finire.

La fermata era stranamente silenziosa e, anche se tutto intorno a lui urlava e sbraitava e correva e tracimava oltre il limite sopportabile, quella pensilina e quel ragazzo restavano calmi, assorti tutt’e due in pensieri metallici. Una città pronta a tracannare e stramangiare, ingozzarsi fino a stare male, per poi riprendersi e tirare fino al mattino senza voglia, fingere di divertirsi e nascondere la stanchezza e il desiderio di un plaid e una tisana digestiva, ballare e urlare, desiderare che il maestro Canello suoni la sua ultima canzone. Sarebbe stato il solito ultimo dell’anno italiano fatto di eccessi e di bagordi fuori luogo, come baccanali improvvisate da astemi vergini pudiche. Una notte di botti e botte, di mani mozzate e occhi persi nel gioco, in un triste e inutile gioco al massacro. Distruggere il tempo vissuto era un po’ come distruggere una parte di se stessi.  Era comprensibile, forse, solo per questo motivo.

Tutta la città era in fermento, tutti pronti a festeggiare mentre  lui era fermo, immobile, in attesa di un bus che probabilmente non sarebbe mai passato e, mentre la sua mente viaggiava all’indietro, verso l’anno gregoriano che si stava spegnendo, e mentre ripensava a Maria che era partita con la mamma e Filippo che si era sfracellato sull’autostrada e che non sarebbe mai più passato a trovarlo e, mentre pensava che suo fratello era diventato padre e sua madre aveva sconfitto il cancro e Magda sua cugina era scappata con Vittorio e, mentre tutta la sua mente tornava indietro, davanti ai suoi occhi avanzava un corpo femminile, una camminata sinuosa. Avanzava lentamente. Diventava sempre più visibile. La luce delle stelle era sopraffatta dai lampioni e dai fari e dagli schermi dei cellulari e il suo respiro era nascosto dai clacson e dai botti che iniziavano a farsi spazio prima della mezzanotte e, quando finalmente la vide, un silenzio gli illuminò l’anima, il suo viso andino portava con sé una lingua diversa, un profumo lontano, una solitudine celata, la mancanza del suo passato, anche se era nata a Firenze e suo padre non parlava più in casa l’aymara. Rimasero fermi tutt’e due sotto quella pensilina, senza dirsi niente, facendo finta di aspettare, senza abbassare lo sguardo, senza contemplare il tempo, senza contare quello che si bruciava, quello che avanzava velocemente verso la mezzanotte, fermi come statue di cera appena colata, fissi con gli occhi uno dentro l’anima dell’altra, come anime senza pene, come anime perdonate.

Firenze, anche se disturbata dagli affanni e dai botti e dai latrati disperati dei cani, restava magnifica dama e sposa e concubina, celata per pudore dietro il tempo che non la invecchiava.

Erano fermi uno di fronte l’altro, i contorni dei loro visi illuminati tiepidamente da un lampione pigro. Il tempo si era disgregato velocemente e, mentre il conto alla rovescia segnava 10 e tutta la città scandiva 9, 8, 7… loro continuarono a guardarsi e si sorrisero, un paio di lacrime non scesero oltre il naso e l’inutile rumore dei botti coprì le parole che si scambiarono prima di andarsene insieme, oltre i fuochi d’artificio, oltre il rumore, oltre la luce nascosta delle stelle.


Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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