Questa estate una delle mie case editrici indipendenti del cuore, la Voland, ha indetto un contest per premiare i lettori più assidui: a chiunque avesse inviato alla redazione una foto con almeno cinque titoli del loro catalogo bene in vista, sarebbe stata data la possibilità di ricevere due libri cartacei o tre e-book a titolo gratuito, più la shopping bag della scrittrice belga Amélie Nothomb. Invogliata da una simile possibilità, ho partecipato all’iniziativa e ho di recente ricevuto La scrittura dell’amico di Barbara Frischmuth e Tutto il bene del mondo di Joe Randolph Ackerley.

Proprio la lettura del secondo romanzo, tradotto nel 2010 da Giona Tuccini, mi ha fornito lo spunto di riflessione di cui vorrei occuparmi oggi. A pagina 23, infatti, il protagonista sta parlando con la moglie di un caro amico e riferendosi a quest’ultimo le dice: «Digli che gli voglio bene», frase testualmente scritta in corsivo. La sua formattazione mi ha spinto a rallentare per un attimo e a chiedermi come mai fosse stata messa in evidenza con tanta enfasi. Per contestualizzare, sarà bene spiegare che il protagonista si chiama Frank, è un uomo ormai avanti con gli anni e ha un carattere magnanimo, per quanto a volte un po’ brusco. Il suo amico, invece, è il giovane Johnny, uno squattrinato che pur di pagare l’affitto si macchia di un piccolo furto e finisce nei guai.

Fra i due, come si intuisce fin da subito, si è instaurata una relazione di amicizia che ha però i contorni di un amore di altra natura, nonostante i personaggi non ne parlino volentieri ad alta voce e Johnny sia addirittura sposato. Frank non ha alcuna considerazione per la moglie dell’amico, che anzi considera priva di qualsiasi qualità e intelligenza, e si incarognisce nei suoi confronti quando lei vieta ai due di incontrarsi, avendo intuito che genere di sentimenti rischia di accomunarli. Così, nel momento in cui Johnny è dietro le sbarre e la moglie si sta preparando per andare a trovarlo prima di Frank, lei chiede all’amico per telefono: «Vuoi che gli riferisca qualcosa da parte tua?». Al che il protagonista elenca una serie di raccomandazioni pratiche e poi aggiunge la fatidica frase «Digli che gli voglio bene», seguita da un pensiero fra sé e sé altrettanto indicativo: «Beccati questa!».

Il testo originale, essendo Ackerley nato e vissuto a Londra, è stato concepito naturalmente in inglese. Ciò significa che la battuta in originale dovrebbe suonare all’incirca come segue: «Tell him I love you», con o senza corsivo che sia. A differenza dell’italiano, l’inglese nasconde dietro l’espressione I love you una forte ambiguità, poiché il sintagma può significare tanto Ti voglio bene quanto Ti amo, in base alle circostanze e al rapporto che intercorre fra gli interlocutori. Com’è chiaro, esistono molti modi diversi per ovviare a questa potenziale ambiguità, anche se Ackerley ha scelto in maniera deliberata di lasciarla serpeggiare nella mente della moglie di Johnny e in quella di chi legge.

Di conseguenza, era fondamentale che anche in italiano si mantenesse un effetto analogo. «Digli che lo amo» non avrebbe funzionato, perché avrebbe esplicitato un concetto che l’autore ha invece deciso di non rivelare apertamente, mentre varianti sulla falsa riga di «Digli che tengo a lui» avrebbero rischiato di apparire troppo vaghe per essere ricondotte a un dispetto telefonico e allo stesso tempo a una dichiarazione da parte di Frank nei confronti di Johnny. Per un attimo si riesce quasi immaginare la fronte corrugata di chi ha tradotto l’opera, mentre cercava di sbrogliare la matassa scrollandosi di dosso una croce di tali proporzioni: come uscire dall’impasse senza tradire lo scrittore, ma strizzando l’occhio ai destinatari italofoni del suo libro?

«Digli che gli voglio bene», con un’enfasi visiva sul sintagma prescelto, è quindi una soluzione brillante. Forse non l’unica, però certamente una che funziona. Nel mio caso, per esempio, è riuscita a bloccare la mia lettura e a farmi riflettere sul senso recondito dell’affermazione, rendendo il doppio intento di Frank comprensibile e allo stesso tempo non troppo palese. Una delizia a tutti gli effetti, insomma, per chi ha fruito della traduzione Voland, nonché senza dubbio per chi ha accettato l’incarico di accompagnare nel Belpaese le parole di Ackerley. Se cercate un modello di lavoro lodevole in ambito editoriale, l’edizione del 2010 di Tutto il bene del mondo fa senza dubbio al caso vostro.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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