Ne avevo fatto cenno in passato, ora è arrivato il momento di affrontare di petto la questione e sviscerarla una volta per tutte. Chi non ha dimestichezza con queste attività, infatti, comprensibilmente non ha le idee chiare al riguardo e rischia di sbagliare spesso nel definire una figura ben precisa come quella del traduttore, scambiandola con (o sovrapponendola a) quella di un interprete. È così importante sottolineare la differenza fra i due?

Se non si vuole correre il rischio di svalutare ciascuna delle due professioni, sì. Ciascuna carriera richiede una formazione specifica e differenziata, nonché delle competenze completamente diverse: chi traduce lo fa in solitaria, in un momento precedente alla trasmissione del messaggio, con la possibilità (se non il dovere) di effettuare più di una revisione e con una serie di strumenti e di software a disposizione prima, durante e dopo il processo in senso stretto di trasposizione per iscritto da una lingua all’altra.

Chi interpreta, invece, lo fa quasi sempre nello stesso ambiente dei propri interlocutori, o quantomeno (e questa è una conditio sine qua non perfino nell’era delle comunicazioni da remoto) nello stesso momento. Non ha quasi mai la facoltà di tornare sui propri passi, né ha un supervisore eventualmente disponibile ad agevolarne o valutarne l’operato. Com’è chiaro arriva preparato all’incontro, portando con sé documenti, glossari terminologici ed eventuali altri file, ma nel momento della riformulazione linguistica non ha con sé che un foglio e una penna – a volte nemmeno questi.

A dispetto di quanto si possa pensare, e proprio come vale per i traduttori, interpreti non si nasce: non è sufficiente essere bilingui, per esempio, per esercitare con dignità il mestiere, né l’approfondita conoscenza di una o più lingue straniere fa di chiunque un professionista. Le abilità richieste per un ascolto mirato, nonché sincronizzato al passaggio dal testo orale di partenza a quello di arrivo, vanno sviluppate con il tempo e accompagnate a un’ottima memoria a breve termine, coadiuvata in alcune circostanza da una presa di appunti competente.

Oltre a ciò, una serie di tecniche e strategie a diversi livelli si sviluppano con una formazione pratica, monitorata in maniera costante da esperti e orientata di volta in volta a soddisfare gli intenti del singolo setting comunicativo. Figuriamoci, quindi, cosa potrebbe accadere se un traduttore si trovasse davvero a fare da interprete dall’oggi al domani, o viceversa. Ancora peggio: se l’uno o l’altro non sono presenti nei contesti in cui la loro mediazione è indispensabile ai fini del corretto scambio informativo fra gli interlocutori coinvolti, o se a sostituirli è un operatore improvvisato.

A un convegno organizzato in Italia cui ho assistito di recente, per esempio, un professore tedesco è stato lasciato in diverse occasioni senza interprete personale al proprio fianco, ritrovandosi costretto a non potere rispondere al dialogo che tentavano di instaurare i colleghi italofoni presenti, né è stato messo nelle condizioni di seguire gli interventi dei singoli relatori, dal momento che per lui non era prevista alcuna interpretazione simultanea, consecutiva o di chuchotage*.

Anni fa, a una manifestazione in onore della cultura russa, invece, l’interprete della situazione era una donna di origini russe trapiantata da decenni nel nostro Paese, che senza alcuna consapevolezza alle spalle ha riportato per gli italiani in sala il discorso di un rappresentante ufficiale della Federazione, non riuscendo visibilmente a stare al passo con il monologo, né conoscendo i traducenti corretti o il nucleo concettuale chiave del discorso. Il risultato? Anche in questo caso una croce per entrambe le parti coinvolte.

Per non parlare di quando, qualche giorno fa, ho visto un giornalista di un’emittente locale cercare di comunicare con una turista cinese in un inglese stentato, con la conseguenza che ha inventato di sana pianta la resa di alcune sue frasi per il pubblico che lo stava seguendo. Qualcuno, com’è probabile, avrà da casa che al suo fianco avrebbe dovuto esserci un traduttore – ebbene, se d’ora in poi doveste sentire considerazioni simili, fermatevi a riflettere e sensibilizzate, quando è necessario, chi vi circonda. Non ci servono solo linguisti o madrelingua in senso generico, né tantomeno “traduttori simultanei”, bensì una società più consapevole, che sappia pretendere i servizi di cui ha bisogno dai professionisti di cui ha realmente bisogno, affinché il risultato sia una delizia per tutti.

*Per le tre definizioni corrispondenti, cfr. Professionisti specializzati in interpretazione simultanea e consecutiva

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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