Devo ammettere che non avrei mai toccato questo tema (troppo popolare per non scatenare dibattiti infiniti e, forse, con opinioni fra loro destinate a rimanere inconciliabili), se non mi avesse interessato personalmente. Di recente mi è capitato di scaricare una nuova applicazione Android, Harry Potter: Hogwarts Mistery, il gioco ufficiale del maghetto più famoso al mondo dal 2001 in poi, e di riappassionarmi a una saga già amata in precedenza in versione cartacea e cinematografica impostando la lingua di preferenza su italiano.

Ebbene; ho constatato, con mia non poca sorpresa, che la traduzione di nomi, luoghi e pozioni varie non coincide più con quella uscita nei primi anni Duemila e che si è imposta come ufficiale anche per il videogame quella del 2012 di Stefano Bartezzaghi*. Così, io che avevo letto e visto ogni tappa della storia secondo la traduzione del 1998 e che di certi cambiamenti eclatanti avevo già sentito parlare, ho scoperto che il Platano Picchiatore è ora un Salice Schiaffeggiante, che Argus Filch è l’ex Argus Gazza e che non avevo mai sentito parlare di Peeves perché lo conoscevo come Pix.

Stordita e un po’ urtata, ho pensato: al diavolo la nuova traduzione. Poi, però, mi sono rimangiata la frase, ho voluto rileggere la nota di Bartezzaghi nella nuova edizione e ho cercato online una serie di confronti fra il nome in originale (con significati, allusioni e giochi di parole annessi), la prima traduzione italiana e quella al momento in vigore. Ho fatto il mio mestiere, insomma, e mi sono tolta i panni della giocatrice da smartphone.

In molti casi ho notato delle incongruenze, in altri dei veri e propri colpi di genio. Talvolta mi è sembrato che ci si stesse arrampicando sugli specchi, talvolta che si stesse finalmente mettendo a posto una mina rimasta per decenni vagante. Ho dovuto appoggiare e criticare alternativamente tutti i traduttori, insomma, perché ora non capivo il senso di una certa modifica e ora non ero d’accordo con il mantenere una vecchia versione, ora nessuna delle due mi convinceva e ora le vedevo entrambe accettabili e non riuscivo a schierarmi.

È stato allora che ho capito che, in effetti, schierarmi mi sarebbe impossibile: la verità è che hanno tutti ragione e tutti torto, ciascuno in percentuali e per motivi differenti gli uni dagli altri. Ha torto chi dice che avendo ora cognizione di causa dei sette volumi per intero si possa pensare a una traduzione più idonea (non accade sempre così, con le saghe? Basta questa motivazione per stravolgere sette libri?), ma non ha ragione nemmeno chi ha scelto Silente come versione italiana di Dumbledore, che in originale è il nome arcaico di bumblebee (calabrone, animale tutt’altro che silente).

Per di più, se da un lato è impensabile che il doppiaggio dei film non coincida più con la traduzione dei libri con cui cresceranno le nuove generazioni, dall’altro è fastidioso che il gioco si rifaccia a una nomenclatura per alcuni fino a quel momento inaudita. Senza contare il fatto che gli stessi traduttori hanno operato in maniera spesso incoerente, applicando ora una strategia e ora un’altra che smentiva la precedente, come d’altronde è inevitabile che accada.

Il fatto, se ci riflettiamo, è proprio questo. È inevitabile che, traducendo, si abbia qualche idea poco felice. È inevitabile che altri la rimaneggino, è inevitabile che si propenda e per il calco (Gryffindor > Grifondoro) e per l’adattamento (Snape > Piton), perché un unico testo può richiedere diversi approcci, come uno stesso approccio può portare a risultati diversi e non sempre ottimali. Tradurre Harry Potter è al contempo una croce e una delizia esattamente perché è inevitabile che si incorra in scelte controverse, incapaci di mettere d’accordo un pubblico troppo variegato di neofiti e fan.

Perciò, rassegnata al fatto di non avere né condanne né assoluzioni per i singoli individui, ho cercato di entrare nell’ottica di una posizione che sintetizzasse le trovate migliori dei due “schieramenti” e che mi aiutasse a tornare a Hogwarts preparando una Pozione Polisucco o venendo additata come una Sanguemarcio, senza considerarmi né un’intrusa agitando e puntando la bacchetta per lanciare Wingardium Leviosa né una sostenitrice estremista della vecchia guardia dei Tassorosso. Dopotutto, i dibattiti dovrebbero servire specialmente a rammentarci che le parole sono «la nostra massima e inesauribile fonte di magia, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo». Parola di Albus… Mormorante?

 

* Con lui  «[…] hanno collaborato a stretto contatto l’editor Viola Cagninelli e un comitato a cui hanno partecipato Marina Astrologo e Beatrice Masini, che hanno tradotto rispettivamente i primi due e gli altri cinque volumi; le due editor che hanno curato i sette volumi per Salani, Serena Daniele e Daniela Gamba; l’ex curatrice del sito di Harry Potter, Maria De Toni; la presidente della Società Nazionale Harry Potter, Laura Faggioli; l’autore dello studio Harry Potter e la filosofia, Simone Regazzoni; il presidente di Salani, Luigi Spagnol e il direttore editoriale, Mariagrazia Mazzitelli» (cfr. Salani).

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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