Lo scorso 14 settembre è cominciata l’ennesima tournée che porterà lo spettacolo in giro per l’Italia, per la gioia di neofiti e appassionati. Si tratta di Notre-Dame de Paris, lo spettacolo musicale scritto da Luc Plamondon, con musiche di Riccardo Cocciante e produzione di David Zard. La trama dell’opera è tratta dal celeberrimo romanzo omonimo di Victor Hugo e, a dispetto di quanto lo stesso direttivo avrebbe potuto immaginare nel lontano 1998, il musical ha conquistato in pochi anni il mondo intero: il libretto è stato tradotto dal francese all’italiano, all’inglese, allo spagnolo, fino ad arrivare in Corea, in Cina e in Russia.

A mia volta ho iniziato a guardarlo, ascoltarlo e amarlo già da tempo, grazie al consiglio prezioso di un’amica, e ricordo che la prima idea di tesi triennale a cui abbia mai pensato riguardava proprio un’analisi contrastiva delle traduzioni dei testi in diverse lingue. Per tutta risposta, la docente a cui mi ero rivolta all’epoca aveva risposto: «L’idea è bella, ma è troppo complessa». Anche ammesso che mi fossi occupata di una sola coppia di idiomi, infatti, i brani dei due atti rimanevano in tutto 52, per una media di venti versi a canzone. Più che una prova finale universitaria sarebbe assomigliata a una tesi di dottorato.

Nonostante la mole spropositata di un lavoro simile, il mio interesse per il confronto interculturale non è mai venuto meno, al punto che più volte ho osservato da vicino le scelte lessicali, di ritmo o di stile adottate in ogni Paese di cui conosco la lingua. Per un attimo avevo pensato di commentare alcune delle mie scoperte in questa sede, ma, se era impossibile parlarne in un’ottantina di pagine dal taglio accademico, figuratevi quanto poco funzionerebbe in una rubrica dal tono divulgativo.

Ciò che posso fare volentieri è provare a spiegare per quale motivo idee diverse in punti diversi dell’opera abbiano funzionato in giro per il mondo, rendendo in ogni caso la fruizione del musical gradevole ed efficace a prescindere dal luogo in cui è stato rappresentato. Dopotutto, il mestiere del traduttore di cui spesso parliamo non deve essere necessariamente sviscerato in ogni suo dettaglio, quando se ne riesce a cogliere l’essenza e a spiegare le fonti di ispirazione a cui ha attinto per applicare determinate strategie comunicative.

Ebbene: nodo cruciale di ogni trasposizione linguistica è stato il mantenimento di una certa atmosfera evocativo-poetica. A volte un tale orientamento ha comportato dei tagli, altre volte delle aggiunte, pur in un equilibrio finale che non rende nessuna versione più ricca delle “sorelle”. La descrizione della città di Parigi, del profilo dei personaggi o delle peculiarità degli zingari presenti nella capitale sono state modellate sulla base della cultura di arrivo, per evitare che apparissero troppo lontane dall’immaginario collettivo di una nazione e però, allo stesso tempo, troppo poco fedeli alla storia originale.

Camminare sui carboni ardenti, specialmente quando sono in ballo temi sociali e psicologici di portata universale, è una fatica doppia per qualsiasi esperto del mestiere, una croce che non risparmia nessuno. E tuttavia una delizia altrettanto magnifica c’è e c’è stata, un po’ dappertutto: se lo spettacolo ha riscosso tanto successo anche lontano da Parigi e fuori dall’Europa è perché qualcuno è riuscito a darle una dignità “straniera”, a renderla commovente pure oltre confine, a scegliere le parole giuste per suscitare interesse e compartecipazione emotiva. Ciò spiega come mai, al netto di un’assonanza poco riuscita o di un riferimento ipertestuale smarrito cammin facendo, Notre-Dame de Paris rimanga dopo vent’anni dal suo debutto un musical acclamato praticamente ovunque.

Una delizia per la quale bisogna ringraziare coreografi e costumisti, librettisti e musicisti, cantanti e produttori, ma nella cui schiera senza dubbio si aggiudicano un posto d’onore anche i traduttori e le traduttrici in grado di trasformare una tragica storia nazionale in una straordinaria allegoria mondiale.

 

(Fonte immagine di copertina)

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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