George Simenon pubblica con Gallimard “L’uomo che guardava passare i treni” nell’Ottobre del 1938. Nello stesso anno Hitler diventa comandante supremo dell’esercito tedesco, in Italia Mussolini rende pubbliche le Leggi Razziali, e con ingenuo entusiasmo viene scoperta la fissione nucleare, così inizia l’era atomica.

Prima del celebre Maigret Simenon si cimenta in questa opera con il risultato di affrontare senza indugi la frattura identitaria tra l’individuo  di Primo Novecento e l’ecosistema che lo circonda. Lo specchio sociale nel quale Popinga, il protagonista, si vede riflesso catalizza il suo atarassico modo di vivere la giornata: così esce volontariamente dagli schemi nei quali gli altri lo hanno incasellato cercando sin da subito di spogliarsi di tutto, il necessario e non. E’ l’impiegato “sempliciotto” che crede il suo capo? Ama davvero sua moglie? Prova un sincero affetto per i suoi figli? Sigaro o pipa? Prostitute o fedeltà? Valigetta sì o valigetta no? Cercando di fuggire dal trantràn della piccola città di Groninga (nei Paesi Bassi) ricerca se stesso, prima con la ferma convinzione di conoscersi, successivamente con la lenta e silenziosa scoperta di non essere mai riuscito a vedere il quadro generale. Come fuggire, dunque, dall’alienazione borghese, dalle superficiali idee che gli altri avevano di lui?
Rimanendo nudo per Parigi senza nulla di suo: niente che lo identifichi con Groninga, nulla che racconti delle sue ultime due settimane a Parigi, solo l’uomo, inerme, davanti a una ricca ed energica capitale europea.

Kees Popinga, il protagonista indiscusso, è un uomo oberato di «doveri professionali». E’ sposato con “maman”, la signora Popinga « quarant’anni e la stessa dolcezza, la stessa dignità di tutta la casa, persone cose». Due figli, a detta di Kees, piuttosto bruttini e mediocri. Dopo la tragica scoperta che la ditta per cui lavora chiuderà a causa dei vizi fraudolenti del “superiore”, Kees decide di fuggire dall’amabile casa in cui vive, dall’amata  stufa (la più bella mai vista, di sicuro) e dalla sua noiosa famiglia. Diventerà un assassino ingenuo e nelle persone che incontrerà riuscirà a vedere la prigionia nella quale vivono. Lui, criminale e a piede libero, sciolto da ogni considerazione altrui, si dichiarerà gioiosamente «prigioniero di nulla, di nessuno, di nessuna idea, di niente di niente…»; libero di fare quello che vuole e finalmente di mettersi alla prova con le proprie capacità e i propri mezzi.

Eppure questa liberà è illusoria, rimane in superficie; e se  spinge il lettore a una sincera compassione, per l’ennesima volta fa di Popinga uno strumento, il mezzo più simpatico per porre l’attenzione sulle ambiguità della società a lui contemporanea. Nell’attenzione che i media e la polizia pongono sul caso Kees si sente lusingato, dopo tanti anni nell’ombra di se stesso ora finalmente qualcuno inizia a chiedersi chi è, cosa vuole fare e soprattutto dove è in quel momento. Simenon in questi momenti di racconto, dove psicanalisti, giornalisti, e persone che lo hanno conosciuto o solo incontrato esprimono le loro opinioni, lascia intendere esplicitamente  come tutto quel dimenarsi in giudizi parziali e considerazioni frettolose sia ridicolo, eppure giustificato dalla domanda più frequente: perché lasciare la stufa? La casa? La confortevole vita borghese?

Una risposta, dopo un’attenta lettura, in realtà, la si trova in ogni capitolo del romanzo, un esempio interessante è questo:

Era felice di ritrovare Parigi, gli autobus, i taxi, la gente che si affannava all’inseguimento di chi sa quale meta inesistente. Lui invece aveva tempo.(p.90)

 

Una volta liberatosi dei vincoli psicologici che la sua vita fino a quel momento aveva incrementato e rafforzato, il signor Popinga intuisce un atteggiamento di disagio che da quel momento storico in avanti non avrà pari, in Europa e non: ovvero la sensazione di essere sempre in ritardo. La questione se posta in questi termini può sembrare quasi ridicola, oggi, nel 2019, è una vera e propria piaga sociale, il sintomo di depressioni di massa, insofferenze apparentemente ingiustificate e crisi di impotenza a ogni età. Il signor Popinga è il bisnonno della Classe disagiata.

Simenon fa vivere al lettore di Primo Novecento un momento di eroismo e superiorità rispetto l’arroganza e l’ironia che il protagonista suda. Agli occhi dei lettori di quotidiani questo «pazzo, paranoico, instabile» assassino  è l’anti-eroe, l’antagonista sociale: il ragazzo che Maman non avrebbe mai dovuto sposare, il padre che avrebbe limitato la figlia nel matrimonio futuro e il figlio nell’assunzione di un incarico nell’amministrazione pubblica. Il soggetto da fuggire nelle proprie frequentazioni e la persona da non diventare mai e poi mai. Ma Simenon non esime il protagonista da una puntualizzazione (qui riportata nella speranza che possa suscitare qualche riflessione):

Dunque, non sono né pazzo né maniaco! Solo che a quarant’anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi perché ho scoperto più tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato. […] Per quarant’anni mi sono annoiato. Per quarant’anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di coloro che si danno da fare per prenderli. (p.125)

Un brano che risponde anche alla domanda precedente, seppur con minor immediatezza: la rivoluzione di Popinga nasce e si alimenta per tutta la narrazione dalla rivalutazione e dalla ricalibrazione della propria bilancia valoriale. Là dove l’obiettivo era potersi comprare una bella casa con una stufa altrettanto attraente, ora il fine ultimo di ogni gesto, compromesso e sacrificio è la propria identità, libera dal tempo che corre, dai giudizi e dai pregiudizi.

Assolutamente disinteressato ai propri familiari e al destino che li aspetta in seguito all’audience di questi suoi gesti, Kees, ancora incatenato alla percezione che gli altri hanno di lui, decide di chiarirsi con gli altri personaggi che abitano il romanzo, «Chi è Kees Popinga?». Una domanda alla quale risponderà insoddisfatto con delle lettere ai giornali e al Commissario e che, alla fine del libro, paleserà attraverso l’immagine di una pagina bianca. Un momento attraverso il quale è possibile trattare il mancato inizio e la mancata fine della costruzione dell’identità tramite un’immagine letteraria.

 Concludendo, “L’uomo che guardava passare i treni” fa a suo modo la storia letteraria di Simemon, che sebbene ottenga il suo massimo successo con Maigret, induce a una libera discussione proprio grazie a questo romanzo. La critica a lui contemporanea, sempre dubbiosa riguardo il valore di quest’opera, viene riconsiderata: la difficoltà nel classificare l’opera risulta dalla confusione creata dalla commistione di due generi, quello giallo e quello noir, oltre che dalla lettura saggistica che emerge dalla caratterizzazione dei personaggi. Gli stimoli a una riflessione sui tempi viene forse letta come una mancanza di chiarezza espositiva da parte di Simenon, eppure ai nostri occhi è chiaro come le intenzioni dell’autore non potessero essere comprese a causa dell’assenza (da parte dei lettori del suo tempo) di strumenti in grado di legare i fatti reali alla narrazione umana che naturalmente ne permetteva la realizzazione. Si parlerà successivamente di “borghesizzazione del racconto giallo”, un’azione letteraria possibile per Simenon grazie alla dinamica narrativa che osserva il protagonista da lontano senza riuscire mai completamente ad estraniarsi dalle emozioni che questo prova . In altre parole, leggendo il romanzo in chiave psicoanalitica, ci si riferisce all’ estraneità che se da un lato è in grado di affiancare temi esistenzialistici con profonda consapevolezza, dall’altro intrattiene il pubblico in una lettura libera da pedanteria e virtuosismi faticosi. Sono proprio i diversi livelli di lettura a suscitare curiosità e a valorizzare un principio molto caro a Simenon: «comprendere e non giudicare».

Come si è evoluta la classe disagiata? Il nucleare ha fatto tanti, tantissimi morti, a volte per incompetenza e pigrizia, altre per agoni di potere. Hitler e Mussolini hanno cambiato la morfologia del mondo, è nata l’Europa, e poi il caso Israele. Ma tra i vari disagi che si vivono ancora nel nostro tempo, un lume di speranza resta accesso quando all’ennesima richiesta di pieni poteri, qualcuno dice “no”. Per quanto riguarda la costruzione della propria identità, invece, ognuno avrà modo di riflettere sulla propria condizione.

Virginia Fattori

è nata nel 1996 a Pesaro, si è laureata in Lettere Moderne con una Tesi in Letteratura Italiana Contemporanea rigurardo “Lo sfacelo dell’istituzione familiare ne Gli indifferenti di Alberto Moravia”. Ha lavorato per Mangiatori di Cervello, premiato ai Macchianera Awards nel 2016 e ha intrapreso un breve percorso nel mondo della cronaca. Nonostante l’inesauribile passione per la letteratura si è avvicinata al mondo del Marketing e della Comunicazione cui ha sostenuto diversi esami durante il percorso di studi. Mentre frequenta la Magistrale in Italianistica lavora nell’ambito della comunicazione politica. Già appassionata sin da giovanissima ha pubblicato “Elle” nella collana di Rupe Mutevoli.

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