Chissà se ve lo siete mai chiesto anche voi: tradurre i libri di Camilleri all’estero è possibile? Lo è, com’è possibile tradurre praticamente tutto. E non lo è, come non è possibile tradurre bene tutto. Sembra un gioco di parole, eppure racchiude una grande verità: provare a tradurre è lecito, riuscirci davvero è un altro paio di maniche. È dunque possibile, anche se i risultati possono variare e se la resa stessa della ricchezza e creatività linguistica della serie di Montalbano è una deliziosa croce per ogni esperto del mestiere.

Studiando all’Università di Catania, alla triennale, ho avuto l’opportunità di seguire un corso di lingua e traduzione francese con un professore molto interessato a questo fenomeno, naturalmente nella specifica combinazione “italiano”-francese. Prima di entrare in argomento, però, faccio una piccola introduzione generale, perché è interessante scoprire le tecniche utilizzate di volta in volta in ogni Paesi per rendere i neologismi, i diversi registri e le numerose lingue scelte dall’autore.

Su Vigata.org, «l’unico sito legato a me e da me in parte autorizzato», stando alle parole di Camilleri stesso, si scopre infatti che la sua produzione è stata tradotta in trenta lingue, fra cui perfino lo swahili e il moorè, oltre al russo, all’arabo e al coreano. In Germania Moshe Khan ha fatto ricorso al tedesco antico e a quello burocratico, in Ungheria Lukacsi Margit ha inventato da zero un codice prima inesistente ma che fosse comprensibile per i lettori, in Giappone Chigusa Ken ha creato un dialetto che contenesse molti di quelli realmente esistenti nell’arcipelago, in Portogallo Simonetta Neto ha optato per una lingua colto-popolare, che si serve di molte note e dell’aiuto di alcuni amici siculi.

Ciascuno si è ingegnato a suo modo, insomma, anche in base alle risorse disponibili nella lingua e cultura di arrivo. L’importante è che il testo risultasse anomalo, inedito e allo stesso tempo divertente, senza per questo diventare artificioso, incomprensibile o addirittura fastidioso. In Olanda ci si è rifiutati di ricorrere al frisone o ad altre parlate territoriali, mentre in Francia Serge Quadruppani si è servito del dialetto marsigliese: uno, nessuno e centomila modi, dei quali nessuno può essere ritenuto giusto o sbagliato a priori – basta che funzioni, per dirla con il titolo di un film con Woody Allen.

Ed è qui, tuttavia, che subentra una domanda fondamentale: quand’è che una traduzione funziona realmente? Solo quando il pubblico è entusiasta e l’opera vende? Solo quando si rilasciano interviste e si vincono premi? Inutile specificare che le domande sono retoriche e che traduzioni celebri possono nascondere gravi mancanze, come traduzioni che non riescono ad affermarsi sul gusto della critica, magari, rimangono di per sé eccellenti. Questo perché per valutare una traduzione non basta concentrarsi su whatever works per i destinatari, ma tenere anche conto del testo di partenza.

Proprio in Francia, per esempio, dove Camilleri è forse più amato dai lettori rispetto a tutto il resto del mondo (patria esclusa) e dove si sono occupati dei suoi romanzi ben quattro traduttori, gli arancini di Montalbano hanno subìto una trasfigurazione involontaria e, da specialità regionali, sono diventati parenti dei mandarini. Impossibile, penserete, e invece. Possibile tanto quanto è possibile sbancare nel mercato editoriale grazie a un autore proveniente dal paesino di Porto Empedocle. Per un non italofono che ha familiarità con le continue trovate dello scrittore ma non con la gastronomia siciliana, infatti, ci vuole poco a scambiare gli arancini per delle petites oranges*, che un revisore francofono non riuscirebbe più a distinguere dalle palle di riso fritte tipiche della Trinacria.

Un caso che ha fatto molto discutere e che solleva numerose riflessioni in senso lato sulle competenze da individuare in un traduttore, sulla sua fallibilità, sui suoi collaboratori e sulla buona riuscita di una traduzione. I francesi, dopotutto, non avrebbero potuto sospettare niente e hanno comunque adorato Montalbano e la sua cucina per decenni, così come i traduttori coinvolti nel qui pro quo restano dei professionisti del settore, al quale la “colpa” è imputabile solo fino a un certo punto. Eppure, chi pensa che il commissario mangi arance anziché arancini a dire il vero non sa cosa si perde, soprattutto se poi si concede una vacanza in Sicilia…

 

*Cfr. Longo M., Quatre approches linguistiques pour une seule culture : Les « français » de Camilleri, Éditions universitaires européennes, Sarrebruck, 2011.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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