Il fumetto-letteratura degli anni Ottanta e il trionfo della narrativa per immagini.

 

Zap Comix #0, 1968

Già nel 1964 Richard Kyle, critico e storico del fumetto, era riuscito a delineare le trasformazioni che la nona arte stava vivendo proprio in quegli anni. Abbiamo visto che ai comics di mero intrattenimento, disegnati con uno stile molto catchy e cartoon e dalle storie semplici e scioccamente buoniste, cominciavano a contrapporsi i primi esperimenti di fumetti dalle tematiche più mature e più articolate: Kyle identifica questi ultimi con il termine di graphic novel o graphic story. Negli anni che seguirono le importanti trasformazioni sociali, come lo sgretolamento del Sogno Americano e la nascita di una controcultura che predicava ideali di amore e di spiritualità, favorirono lo sviluppo di nuove linee di ricerca ed espressione in tutti i settori dell’arte, incluso quello del fumetto. Un esempio di importanza palmare è sicuramente Zap Comix, la rivista tascabile di fumetti ‘sovversivi’ fondata da Robert Crumb nel 1967. Sin dalla sua prima uscita, il magazine si inserì a pieno titolo nella corrente di questa nuova controcultura: i fumetti che proponeva al pubblico erano storie di satira, critica sociale, semplici vignette comiche, o racconti visionari la cui realizzazione era spesso indotta dall’uso di una droga come l’LSD (di cui gli autori non facevano mistero). Tali tematiche, coadiuvate da uno stile di disegno del tutto innovativo, incontrarono il favore di un ampio pubblico che trovava in quelle storie contenuti quanto mai attuali e di rottura.

Non c’è dubbio che gli anni Sessanta e Settanta rappresentarono un punto di svolta molto importante per la narrativa per immagini. Infatti, partendo proprio dalle sperimentazioni in campo fumettistico avviate a San Francisco da Crumb e i suoi collaboratori, alcuni autori europei maturarono nuove modalità nella realizzazione delle loro storie a fumetti. Più precisamente la nona arte, che fino ad allora era considerata da molti nient’altro che una lettura di intrattenimento, conobbe il suo periodo di massimo splendore proprio tra la fine degli anni 60 e gli anni 70 e questa crescita ebbe il suo culmine lungo tutto l’arco degli anni 80. Nazioni come la Francia e l’Italia (solo per citare le più importanti) reinventarono completamente il linguaggio del fumetto. Lasciandosi ispirare dal cinema e dalla letteratura, gli autori di quel periodo portarono avanti una ricerca sia grafica che narrativa, fino ad arrivare a sperimentazioni più estreme come l’abolizione delle tradizionali ingabbiature o il lavorare di getto alla storia e, di conseguenza, al disegno, senza avere una sceneggiatura a cui fare riferimento.

Métal Hurlant #1, 1974

In Francia, nel 1974, gli artisti Jean Giraud, noto ai più con lo pseudonimo di Moebius, e Philippe Druillet fondarono Métal Hurlant, rivista di fumetti dedicata al fantasy e alla fantascienza. Sul magazine lo stesso Moebius pubblicò a puntate il suo capolavoro: Le Garage Hermétique de Jerry Cornelius. La trama non lineare dell’opera è costituita da una serie di storie che si intrecciano fra loro; inoltre la struttura piuttosto complessa e articolata potrebbe risultare particolarmente ermetica per un neofita del fumetto o comunque per un lettore medio che da un fumetto non si aspetti altro che agili letture di intrattenimento. Stando alla sempre fascinosa aneddotica, l’opera sarebbe stata realizzata andando a braccia, cioè senza seguire uno schema vero e proprio. L’intento di Moebius pare fosse proprio quello di rompere con un tradizionale e, a suo modo di vedere, obsoleto metodo di scrivere la sceneggiatura. Si trattava, a tutti gli effetti, dell’immaginazione al potere.

Frigidaire #1, 1980

Poco più tardi, nel 1977, un giovanissimo Andrea Pazienza esordisce su alter alter, supplemento di Linus, con Le straordinarie avventure di Pentothal, storia di uno studente universitario nella Bologna delle contestazioni studentesche. Senza entrare nel merito delle questioni relative al racconto o allo stile del disegno, in questa sede è interessante notare come il giovane PAZ, folgorato dalle sperimentazioni di Moebius, decide di provare a sua volta un metodo di lavoro non tradizionale. Egli realizzava delle tavole singole, senza pensare a una trama precisa, per poi studiare se era possibile cucirle tra loro in una storia che avesse un senso. In quegli stessi anni molti fumettisti italiani, forti dell’esperienza di Crumb e di Métal Hurlant, si misero insieme e diedero vita a riviste underground e di controcultura che hanno segnato, senza ombra di dubbio, una buona parte della storia del fumetto italiano, se non addirittura mondiale. Citeremo soltanto quelle più note: Cannibale (1977-1979) fondata dal fumettista e grafico -mai ricordato abbastanza- Stefano Tamburini, Il Male (1977) di Pino Zac, Vincino e Vauro, Frigidaire (1980) la cui redazione iniziale era composta da Sparagna, Tamburini, Liberatore, Scòzzari, Pazienza e Mattioli, ed infine Valvoline Motorcomics (1983), pubblicata come inserto di alter alter, che vantava autori quali Igort, Jori, Mattotti, Carpinteri, Brolli e Kramsky.

La sperimentazione si sviluppava sia sul piano dello stile che dei contenuti e molte delle storie realizzate dai fumettisti di quegli anni, oggi vengono ricordate come i momenti più alti toccati dalla narrativa per immagini. Questa ricerca, come già accennato, ha raggiunto il suo apogeo proprio durante gli anni Ottanta, quando hanno visto la luce opere memorabili del calibro di Maus di Spiegelman, Watchmen di Moore o Batman: The Dark Knight Returns di Miller. È davvero molto difficile, oltre che piuttosto ardito, aggregarsi all’atteggiamento di alcuni critici della nona arte e andare a caccia del primo graphic novel, così come del primo fumetto della storia in assoluto. A tal proposito Carlo della Corte, scrittore, giornalista, poeta ed esperto di fumetti, scriveva: “Il fumetto, se si vanno a cercare le sue ascendenze, finisce per rivelarsi assai simile a un meticcio o a un creolo. Non ha una linea del sangue troppo chiara, poiché è nato contraendo pari debiti con la letteratura e il teatro, con il cinema e le arti figurative” (Della Corte C., I Fumetti, Milano, Mondadori, 1961, p.10). Queste parole, benché scritte nel 1961, risultano, a nostro modo di vedere, ancora attuali e incontrovertibili.

Tornando alla questione della paternità, invece, sarebbe molto più opportuno riconoscere che queste diverse esperienze di arte sequenziale, influenzandosi a vicenda nell’arco di un ‘magico ventennio’, hanno contribuito a sviluppare quello che noi intendiamo come romanzo a fumetti. Se è vero che il fumetto, grazie ad autori di rilievo come quelli citati, ha dimostrato di poter trattare tematiche più complesse, di raccontare storie più profonde, liberandosi per un attimo di quell’alone di ingenuità che lo ha bollato da sempre come ‘roba per bambini’, è anche vero però che non ci è riuscito del tutto. Purtroppo la nona arte non si è ancora liberata di questa limitata idea del fumetto come ‘letteratura per l’infanzia’. Quasi come se fosse un oggetto da utilizzare per un determinato periodo di tempo, un ninnolo o un vestitino che accompagna l’uomo soltanto nella fase iniziale della sua vita. Niente di più sbagliato, ovviamente. Per quanto oggi il fumetto goda di un’ottima reputazione, viste anche le sue recenti candidature al Premio Strega, quest’operazione sotterranea di sensibilizzazione dei lettori non avrà mai fine e forse non è destinata neanche al successo. Pertanto, mi sento di scomodare un’ultima volta Carlo della Corte e riportare le sue parole per chiudere questo brevissimo viaggio in quello che è stato un periodo d’oro per la letteratura disegnata: “L’italiano ha una grande paura dell’infantilismo e teme il ridicolo in modo particolare: sui tram, sulle panchine dei viali, è assai più facile scorgere un adulto che sfoglia un fotoromanzo, di un adulto alle prese coi comics. Questi vengono considerati degradanti, perché la loro chiave è palesemente quella del ‘divertissement’” (Della Corte C., I Fumetti, Milano, Mondadori, 1961, p.9).

Gianmarco De Chiara

Gianmarco De Chiara è nato Napoli il 5 Aprile del 1989. Dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Federico II, laureandosi in Letteratura Inglese con una tesi sul rapporto tra Tolkien e il Medioevo e specializzandosi nel biennio successivo in Filologia Moderna con una tesi sperimentale, ancora in Letteratura Inglese, sul rapporto tra Letteratura e Fumetto. Alterna l’interesse per la scrittura con quello per il disegno e il fumetto, sperimentando anche altri linguaggi espressivi come la grafica, l’illustrazione, la pittura e il cinema. Collabora con diverse realtà editoriali, anche indipendenti, in veste di autore o in qualità di illustratore e grafico. Nel 2008 ha fondato la rivista Malefico e alla fine del 2010 Fumé, rivista di fumetto, arte e cultura. Nel 2015 ha esordito con il suo primo romanzo Dove stanno le lucertole, edito dalla casa editrice Homo Scrivens, e con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2017, il secondo romanzo A sud della mia persona.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *