Anche solo una volta nella vita vi sarà capitato di leggere qualche articolo dedicato al modo in cui le lingue modificano il nostro modo di pensare, di vedere il mondo, di concepire determinate idee e perfino i sentimenti. Ciò che pensiamo e proviamo, infatti, proprio come qualsiasi altra cosa che nominiamo (a cui, cioè, diamo un nome attraverso le parole di un idioma), è un prodotto culturale, non naturale. Nonostante questo, ci sono alcune sfumature di sentimenti sulle quali non mi ero mai interrogata fino in fondo in ottica traduttiva.

L’occasione per approfondire meglio la questione mi è capitata la settimana scorsa, quando una mia amica si è consultata con me in merito a una traduzione letteraria dal francese di cui si sta occupando. Stavamo riflettendo su delle scelte linguistiche di altra tipologia quando, nell’ascoltare una frase in originale e poi la sua resa in italiano, mi sono accorta per caso che la parola amour era diventata innamoramento. Stando al contesto era chiaramente la scelta migliore: non si trattava di un sentimento già maturo e consolidato, bensì di una prima fase intensa e carica di tenerezza e passione, riassumibile per l’appunto con il sostantivo per il quale aveva optato la mia amica.

A quel punto, però, mi sono chiesta come mai l’autrice del testo avesse optato in modo più generico per amour. È stato così che ho scoperto che in francese, in realtà, il concetto di innamoramento non esiste. Ci sono numerose modalità di amore in comune con la nostra cultura (amour, passion, devotion, affection, tendresse, attachement, etc.), ma l’innamoramento è semplicemente amour o sentiment amoureux (sentimento amoroso), oppure engoument, che tuttavia in italiano significa infatuazione – un concetto piuttosto differente dall’innamoramento. Allora ho consultato un paio di dizionari e mi sono accorta che lo stesso vale per l’inglese: love, passion, devotion, affection, tenderness, attachement e così via per amore, ma l’innamoramento si può tradurre solo come falling in love, being in love o infatuation.

Per gli uni, insomma, l’innamoramento è assimilato o all’amore o all’infatuazione, senza scale di grigi. Per gli atri, l’innamoramento è o l’infatuazione o l’atto di iniziare ad amare. Un passaggio di stato, non una condizione che possa durare per un certo periodo di tempo. Ho esteso la mia ricerca allo spagnolo, dove oltre alla medesima gamma di sfumature per l’amore (amor, pasión, devoción, afecto, ternura, apego…) ho trovato anche enamoramiento: fra le lingue che conosco, è stato l’unico caso. Fra quelle che non conosco, ma di cui ho sentito parlare, mi è venuto in mente che in giapponese a quanto pare ci sono tre modi per dire ti amo (contro un unico modo in francese e in inglese, che allo stesso tempo significa ti amo e ti voglio bene: I love you e je t’aime): daisuki, aishiteru e koishiteru, in base all’intensità del sentimento e dell’impegno che si vuole manifestare rispetto alla relazione.

Infine, sono approdata al russo. Anche qui non mancano le maniere di esprimere l’idea di amore (любовь, страсть, преданность, чувства, нежность, привязанность, esattamente come sopra), mentre nel caso dell’innamoramento la faccenda è singolare. Da un lato, esiste infatti il sintagma романтическая любовь (amore romantico), che però non coincide con l’innamoramento italiano, mentre dall’altro lato esiste il termine влюблённость, traducibile alla lettera come innamoramento. Una croce che finalmente si fa delizia, peraltro con un idioma all’apparenza lontano dalla nostra area geografica e socioculturale, nonché linguistica in senso stretto.

Per fortuna, in generale, con le lingue coinvolte il lavoro di trasposizione concettuale è più semplice se si passa dai sostantivi ai verbi (to fall in love, tomber amoureux, enamorarse, влюбиться, tutti traducenti perfetti di innamorarsi), sebbene in inglese e in francese anziché entrare nell’amore si cada nell’amore, come se si trattasse di un agguato del quale si rimane vittima e che in italiano, spagnolo e russo è impossibile da rendere fino in fondo.

Bene. A questo punto siete ancora convinti del fatto che questo mestiere sia semplice e che certe frasi “di base” possano essere tradotte da chiunque su due piedi? Se non ci si riesce con il sentimento universale per antonomasia, figuratevi con il resto…

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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