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«La cosa che mi piace di più del tradurre è che asseconda la mia pigrizia: una volta di fronte al testo da tradurre, so che la soluzione è lì, nelle sue pagine: io devo solo cercarla pazientemente, non devo inventarmi una trama, un’idea brillante, una poesia: tutto questo è già lì, io devo solo CAPIRE e orecchiare la lingua, riprodurre lo stile… oddio, siamo sicuri che sia un gioco da ragazzi? No, non lo è, è un massacro, ma non ti mette in gioco in prima persona. Proprio per questo la cosa che mi piace di meno del tradurre è la stessa che me lo rende caro: asseconda la mia pigrizia. Mi misuro con un testo, non con il mondo»*.

Da questa riflessione di Delfina Vezzoli, che è stata pronunciata durante il suo discorso di ringraziamento a seguito della vittoria al Premio di traduzione letteraria nel 2015, vorrei partire oggi per ragionare insieme sull’argomento. La prima volta che ho iniziato a leggere il paragrafo, infatti, ho avuto l’impressione di pensarla in maniera molto diversa da lei. Traduzione e pigrizia mi sembrano impossibili da conciliare, proprio perché misurarsi con un testo è per me in ogni caso un’impresa, una sfida durante la quale tutto mi sento, fuorché pigra.

Anzi, più nello specifico, di recente sono giunta alla conclusione che per me tradurre significa essere posseduta – come ha scritto Elena Loewenthal su IL – Il Maschile de Il Sole 24 ORE, infatti, il bravo traduttore sente le voci. Quando ho iniziato a occuparmi di traduzione nella mia formazione non ero di questo avviso, credevo che fosse comunque la mia mano, la mia testa, la mia sensibilità e la mia lingua a interporsi tra chi aveva scritto un testo e chi l’avrebbe letto. Sentivo di avere un ruolo attivo nel processo e di possedere il diritto di utilizzare la mia voce per com’era, mentre con il passare del tempo mi sono resa conto che imparare a tradurre significa spogliarmi del mio voice over e farmi possedere dalla voce di un altro.

Appena rintracciata la giusta frequenza radio, tradurre per me significa allora interiorizzare i contenuti di quella voce e il suo punto di vista, per restituirli infine in una lingua diversa. La mia abilità sta nello scomparire nello stesso istante in cui valorizzo un testo e la persona che lo ha creato. Sono brava se faccio un passo indietro, ecco, non se ne compio due in avanti: sono brava perché, nell’atto di non inventare niente, non tradisco ciò che già esiste, prestando attenzione a non confondere una mia interpretazione con un’idea davvero presente in un’opera. A vederla così, a me sembra un’operazione che viene definita dal contrario della pigrizia, cioè dalla massima solerzia e concentrazione.

Eppure, rimane vero il fatto che non sta a me costruire di sana pianta una storia, un componimento, una trama. In tal senso seguire i passi dell’autore o dell’autrice di cui mi occupo è fondamentale, ma sufficiente. Magari non asseconda la mia pigrizia, però quantomeno non richiede da me uno sforzo di fantasia: mi chiama in causa in prima persona in una sfida limitata, affrontabile, su misura per le mie capacità. Proprio come dichiarava Delfina Vezzoli, d’altronde, con la quale rigo dopo rigo ho finito per trovarmi più d’accordo che all’inizio.

Tuttavia, la delizia del sollievo creativo «è una gran fregatura», come continua lei nel discorso di cui sopra, «perché scopri che ogni testo contiene, a modo suo, il mondo. E che tu devi sapere, o scoprire, un sacco di cose. Dopo Dio e l’idraulico, che sono onnipresenti e sempre altrove, c’è il traduttore con la sua obbligatoria onniscienza… è pretendere troppo? È caricare sulle spalle del povero traduttore una responsabilità troppo pesante? Senz’altro»*. È esonerarci da un compito per assegnarcene uno ben più serio: possiamo essere pigri solo a patto di essere poi consapevoli, possiamo limitarci ad ascoltare le voci altrui solo se capiamo come riprodurle. Possiamo credere che il nostro mestiere sia un gioco da ragazzi solo se, sotto sotto, sappiamo che è tutta una montatura – e quale croce e delizia maggiore di questa?

* Cfr. Vezzoli D., La Babele dietro l’angolo, in Arduini S. e Carmignani I. (a cura di), L’arte di esitare. Dodici discorsi sulla traduzione, Marcos y Marcos, Milano, 2019, pp. 120-121.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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