Reading Time: 3 minutes

 Sapevate che la lingua pirahã ha solo due parole per descrivere i colori? E che in alcuni Paesi del mondo il blu e il verde non vengono distinti l’uno dall’altro? E che mi dite, viceversa, delle culture in cui esistono diverse gradazioni di rosso o ben cinquanta parole per descrivere le caratteristiche di una neve di per sé sempre bianca agli occhi di tanti altri abitanti del pianeta? Una constatazione affascinante, certo, almeno finché qualcuno non deve tradurre da un sistema linguistico all’altro i concetti in questione.

A complicare la faccenda, peraltro, è un’osservazione della docente Anna Franklin (Università del Sussex) apparsa su Horizon Magazine e trovata grazie a Traduzione Testi: «Il russo ha due parole per dire ‘blu’, distinguendo una tinta più scura e una più chiara. Questa distinzione di base fa sì che i parlanti russo siano più ricettivi nei confronti dei colori in quell’area dello spettro visivo. Abbiamo misurato questa differenza confrontando l’attività elettrica nella corteccia cerebrale dei parlanti russo con quella dei parlanti di altre lingue alla richiesta di distinguere due sfumature di blu […]. La lingua non cambia la capacità di vedere i colori, ma cambia il modo in cui interpretiamo le informazioni ricevute».

In altre parole, il nostro codice verbale influenza la nostra esperienza sensoriale. Ne consegue un rapporto tra colori e simbologia che cambia nel tempo e nello spazio, rendendo certi riferimenti ideologici impliciti complicati da cogliere e da veicolare, specialmente quando nella cultura di arrivo i presupposti cambiano in modo radicale. Ai tempi di Shakespeare, per esempio, la parola pink non si riferiva al rosa, allora inesistente, quanto piuttosto a un tipo di garofano*, mentre in Giappone il giallo era il colore della saggezza, che quindi poteva essere indossato solo dagli esponenti più anziani della società, come si racconta perfino nel celebre romanzo Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne.

Ora immaginate di affidare un testo pubblicitario giocato sulla valenza di determinati colori a una persona poco competente, se non del tutto, oppure di chiedere la traduzione di una poesia dall’himba a qualcuno che non sa come rendere i suoi quattro colori in una lingua, come l’italiano che ne ha più del triplo. Prendete il caso del nero, oggi ritenuto segno del lutto ma proiettato nel 1400, secolo durante il quale era invece rappresentativo della joie de vivre nata dall’oscurità, e supponete di essere nelle mani di un neofita. Come vi sentite all’idea che una componente preziosa dell’opera originale possa andare perduta per chi la leggerà in traduzione? Peggio: cosa provate all’idea che a scrivere le righe compromesse avreste potuto essere voi?

È questo il motivo per cui, se si vuole ottenere un risultato professionale e puntare a uno scambio di contenuti davvero efficace, è opportuno rivolgersi a chi traduce di mestiere, a chi ha studiato le strategie più adeguate a colmare certi gap culturali, a chi ha maturato negli anni delle competenze affidabili nella combinazione linguistica prescelta. D’altronde, raramente un colore è soltanto un colore, in un mondo che sempre più spesso si basa su allusioni implicite e su un immaginario collettivo comune per trasmettere un messaggio. Tanto vale non rischiare incomprensioni, imbarazzi e soprattutto perdite di significato, e capire come superare l’ostacolo della mancata simmetria tra due idiomi attraverso gli strumenti in possesso di uno specialista.

Certo, ciò non per forza elimina qualsiasi difficoltà dall’orizzonte comunicativo, però quantomeno la affida a chi è in grado di trasformare una simile croce in una bizzarra e rara delizia. Se, infatti, esistono lingue che non distinguono il blu dall’azzurro, o altre per le quali il rosa, il fuxia e il viola sono un tutt’uno, esistono anche traduttori pronti a trovare loro un equivalente dignitoso, stimolati a riflettere e intenzionati a restare fedeli al testo a qualsiasi costo, pur non essendo in grado fare miracoli. Chi crede nel potere della parola raramente la tradisce e ancora meno spesso la distrugge, specie se ci sono di mezzo Fifty shades of Grey.

* Cfr. 7 Facts About Colors in Other Languages

0
Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *