Firenze – La fermata di Marlene

Il silenzio della notte si era incollato alle pareti di quell’angolo di città e si scollava lentamente al riemergere dei respiri, dei rumori alle prime luci. Tutto era cristallizzato, come se tutti i suoi respiri passati avessero riempito una bolla di sapone pronta alla deflagrazione. Marlene non si era mai addormentata sull’altra metà del suo cuscino ma, in cuor suo, sapeva che ne avrebbe saputo disegnare ogni piega, ogni smorfia, ogni sfumatura del suo viso, avrebbe saputo raccogliere nel sonno ogni suo respiro per farlo rivivere nelle sue narici, farlo scendere nei suoi polmoni per tenere ancora un po’ qualcosa di lei. Le sue labbra erano giacigli sui quali non si era mai riposato e le sue mani non si erano mai bagnate delle sue lacrime. Era fermo su quel marciapiede nascosto da una Firenze prossima ad altre inaugurazioni e respirava solo la sua aria. Marlene non sarebbe arrivata, non sarebbe arrivata con il suo solito meraviglioso sorriso pronto sempre a contagiarlo, pronto com’era a scappare dal suo viso per finire su altri visi troppo indaffarati per essere felici. Zampettava da una gioia all’altra passando dalla sofferenza senza mai fermarsi. Sorrideva sempre come se fosse l’ultima volta e si muoveva con la stessa leggiadria plastica dei madonnari di Via Calimala.

Le prime luci si affacciavano oltre le colline, oltre Monte Morello, oltre le discariche e oltre i nuovi binari della T2. La fermata sarebbe rimasta vuota e lui sarebbe ritornato a casa a festeggiare senza candeline, avrebbe bevuto il suo caffè brindando verso una parete che gli ricordava le loro tante prime volte e quella unica volta che si tennero per mano. Non avrebbe avuto l’affanno come quando i loro due respiri si sfiorarono sotto un cielo fatto di giochi, e non avrebbe tremato più al pensiero del suo profumo e dei suoi capelli, delle sue ginocchia e del suo ventre.

Nessun bus sarebbe passato da quell’angolo, i binari della T2 non erano lontani e la paura che emergeva dopo lo stridore ferrigno del suo passaggio gli ricordava altre paure allontanatane solo di un passo.
Era come se dal suo cuore colasse una piccola minuscola goccia di solitudine che scorreva lentamente lungo il suo corpo e si allargava oltre quella pensilina, oltre le strade avvolte dal niente, oltre il centro, si arrampicava sulla Torre di Giotto per sfracellarsi in piazza, andare ancora oltre, arrivare fino al mare, sprofondare nell’abisso.
Marlene sarebbe rimasta comoda nel suo letto oltre un giardino umido e a lui andava bene così, in fondo gli mancava solo il suo sorriso, di mattina, quel suo sorriso che avrebbe per un solo minuto asciugato la sua profonda solitudine, chiuso la ferita, gli avrebbe fatto dimenticare lo stridore ferrigno della sua anima e poi sarebbe andata via come aveva sempre fatto, senza restare mai oltre i primi raggi del sole, si sarebbe persa nella luce, nello stesso colore della sua grazia.


Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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