La difesa del “mondo offeso” è stato un argomento che ha suscitato sempre l’attenzione di Elio Vittorini. Negli anni ’36-’37, in Spagna, veniva combattuta la guerra civile che vedeva schierati i repubblicani di ispirazione marxista contro i nazionalisti di Francisco Franco. Questa fu la prima manifestazione di ribellione a un totalitarismo (anche se frutto di un consenso popolare), quale è il Franchismo, che oppresse i diritti civili della Spagna fino a metà anni Settanta. Proprio in quegli anni, per Vittorini, che prese posizione in favore dei repubblicani, venne a mancare la fiducia nel Fascismo, già incrinata nel ’35, quando fece un viaggio in Germania per visitare la vita culturale tedesca e si accorse che quel gigantesco consenso era troppo guidato dall’alto. Questa opposizione  non fu un semplice atteggiamento di rottura verso il potere costituito, che portò anche alla sua esclusione dal partito, ma l’espressione drammaticamente sofferta di un individuo che, assieme alla sua generazione, venne educato sotto il Fascismo e che pian piano se ne distaccò.

“Conversazione in Sicilia”

La presa di coscienza portò l’autore a scrivere il romanzo “Conversazione in Sicilia”, pubblicato a puntate nella rivista “Letteratura” nel ’38-’39 e poi in un unico volume edito da Bompiani nel ’41. L’opera costituisce una sorta di messaggio verso gli italiani e gli uomini tutti per spingerli a lottare per liberare il “mondo offeso” dalla servitù ideologica e dalla violenza politica; tutto ciò, utilizzando il “dire senza dichiarare”, dovuto alla necessità storica di scrivere in tempi fascisti un romanzo antifascista. Il romanzo, autobiografico in senso mitografico-simbolico, è scritto in prima persona e può essere scandito in cinque parti essenziali. Il protagonista di origine siciliana Silvestro, che vive e lavora a Milano in una situazione di emarginazione e spaesamento, riceve una lettera dal padre, che gli comunica di aver lasciato la moglie, per cui il giovane si mette in viaggio verso la Sicilia, incontrando diversi personaggi con significati allegorici. Nell’ultima parte, Silvestro incontra i fantasmi delle azioni disumane e l’ombra del fratello soldato Liborio, il quale ricorda il fallimento della Storia con i suoi eroismi e guerre, e, nell’epilogo, il protagonista trova il padre che è tornato e parla con la madre dei figli che cadono in battaglia, alludendo al sacrificio in nome di un inutile onore di vincere nuovi nemici. Nel romanzo psicanalitico, il protagonista indaga e comunica con se stesso, quasi per ritrovare la sua identità e ritornare alle origini, obiettivo primario di tutti gli uomini per porre fine alle offese verso il mondo. Ricerca la vera essenza dell’uomo e ritiene che esso “sia matura per altro. Non soltanto per rubare, non per uccidere […] per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere… Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.”

Silvestro, come Vittorini, si sente impotente di fronte ai mali del mondo, che vorrebbe difendere, ma non ne ha la forza, e cammina col capo chino e le scarpe rotte sotto la pioggia.

 “Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui.”

La scrittura vittoriniana, puntando quasi a un’utopia, cerca qualcosa di diverso dalla cultura idealistica consolatoria dell’uomo Ezechiele che, come un eremita, trascorre i suoi giorni sulle sue carte, scrivendo la storia del mondo offeso, senza far nulla per cambiarlo.

“Digli che soffro ma che scrivo, e che scrivo di tutte le offese una per una”.

“Uomini e no”

Negli anni Quaranta la casa di Vittorini fu distrutta dai bombardamenti su Milano, l’Italia era un Paese arretrato a livello culturale e produttivo e l’unico luogo di costruzione di idee erano le riviste (difficile trovarne puramente letterarie). Di conseguenza, proprio in quegli anni, nacque il Vittorini culturale, oltre che scrittore, che si trovò a lavorare per i comunisti, occupandosi della stampa clandestina nelle tipografie, tra Milano, Roma e Firenze. Nel primo semestre del ’44, la polizia tedesca era sulle sue tracce, perciò si rifugiò per qualche tempo in montagna, scrivendo il romanzo “Uomini e no”, per poi tornare, dopo il 25 aprile ’45, al suo lavoro di stampa diventando caporedattore dell’Unità e di Milano Sera. Partecipando alle riunioni del Fronte della Cultura, Vittorini si fece notare da Giulio Einaudi, che aveva in mente diversi progetti redazionali, tra i quali un periodico politico-culturale a Milano, per cui a maggio comunicò alla moglie Renata Aldrovandi il programma, secondo il quale lei avrebbe aperto a Milano una libreria Einaudi e Vittorini avrebbe diretto il settimanale “Il Politecnico” (omaggio all’autore ottocentesco Carlo Cattaneo), con l’omonimo mensile che ne raccoglieva il meglio, e una collana di saggi, romanzi e poesie (“Politecnico Biblioteca”). Il coinvolgimento dello scrittore siciliano non convinceva affatto i collaboratori einaudiani Felice Balbo e Cesare Pavese, a causa dello scetticismo verso le radici vittoriniane troppo milanesi per essere piemontizzate, perciò la redazione a Torino non nacque. Il progetto troppo “enciclopedista” e globale li spaventava, in quanto Il Politecnico dava agli scrittori l’opportunità di scrivere lì ciò che non avrebbero potuto scrivere altrove. Per capire le caratteristiche del nuovo periodico diretto da Vittorini, basta dare un’occhiata al romanzo che pubblicò qualche mese prima della nascita della rivista. “Uomini e no” riguarda un intellettuale che, prendendo coscienza delle libertà civili e individuali, diventa partigiano, nel contesto della violenza politica della Milano del ’44; la nota d’autore con cui Vittorini accompagnò l’opera fa intravedere il suo eclettismo e la sua ricerca del progresso dell’umanità nell’arte, che è diverso dal ricercare tale progresso nel terreno politico.

“Non perché sono, come tutti sanno, un militante comunista si deve credere che questo sia un libro comunista. […] In arte non conta la volontà […]tutto è legato al mondo psicologico dell’uomo, e nulla vi si può affermare di nuovo che non sia pura e semplice scoperta umana. La mia appartenenza al Partito Comunista indica dunque quello che io voglio essere, mentre il mio libro può indicare soltanto quello che in effetti io sono. C’è nel mio libro un personaggio che mette al servizio della propria fede la forza della propria disperazione d’uomo. Si può considerarlo un comunista?”

“Il Politecnico”

Dal 29 settembre ’45, a Milano, edito da Einaudi, diretto da Elio Vittorini, stampato nella tipografia del Corriere della Sera, venne pubblicato Il Politecnico, chiamato anche il settimanale dei lavoratori per la presa diretta sugli eventi culturali e politici del Paese, che visse fino al dicembre ’47 per un totale di 27 settimanali e 9 mensili (dal maggio ’46). Il foglio era ricco e vario sia nell’offerta culturale sia in quella dell’attualità, curato nei minimi dettagli anche nell’aspetto grafico. Il grande formato lo omologava agli altri quotidiani, ma l’impronta vivace delle immagini combinate con il testo, in modo da sollecitare gli spostamenti dello sguardo del lettore, lo sfondo rosso vivace del titolo, quello nero degli argomenti proposti, la scelta dei caratteri, lo rendevano un pezzo unico fra i vari fogli del Novecento, grazie soprattutto ad Albe Steiner, uno dei grafici più originali del dopoguerra, e alla sua conoscenza del costruttivismo russo e del neoplasticismo. Vittorini aveva già iniziato a collaborare con lui durante la clandestinità antifascista e, in seguito, quando fu redattore capo di “Milano Sera”. “Il Politecnico” sembrava un giornale nato tutto insieme, con idee, articoli, fotografie, didascalie e impaginazione fusi in una cosa sola. Fin da subito il periodico fu etichettato di scarsa capacità pedagogica (parlando in senso marxista), di scientificità limitata e di eccedenza divulgativa o eccessivo eclettismo dai cosiddetti “comunisti della cattedra”, come li chiamò Fortini, motivo per cui l’appoggio, su cui Vittorini puntò per fini diffusionali, del Partito Comunista e del suo segretario Palmiro Togliatti diminuì progressivamente.

Secondo Vittorini il rinnovamento della cultura italiana, rimasta arretrata,  non poteva compiersi solo attraverso l’affermazione dell’ideologia marxista, ragion per cui gli intellettuali che ebbero a che fare con Il Politecnico provenivano dalle tendenze politiche più diverse. Le grandi aree tematiche trattate erano essenzialmente quattro; si andava dall’ambito storico, politico, socio-economico, antropologico (disoccupazione, caro-vita, pericolo fascista, scuola), passando per quello letterario e linguistico (letteratura e poesia nazionale e internazionale) e delle arti visive (pittura, architettura, cinema, teatro, grafica), fino ad arrivare a quello religioso, filosofico e scientifico (traduzioni di Heidegger). Dunque il periodico conteneva una vasta gamma di materiale per dare spazio a una cultura innovativa, che non tenesse conto solo dell’ambito umanistico, ma che si interessasse alle scienze e, soprattutto, alla società. Il Politecnico proponeva un’analisi per la soluzione dei problemi, atta alla ricostruzione dell’Italia del dopoguerra; questo fece di Vittorini una sorta di precursore della globalizzazione. Se la cultura è il risultato del rapporto fra uomo e società, dove l’individuo spesso perde, perché fino a quel momento ebbe solo una funzione consolatoria e non impedì, per esempio, gli orrori del Fascismo? Compiendo una riflessione sulla Seconda Guerra Mondiale (morirono più bambini che soldati, in quanto fu una guerra di civili, a differenza della prima che fu una guerra di fronte), appare evidente che la sconfitta più grave fu quella della cultura, che ci aveva insegnato l’inviolabilità di un sacco di valori. Per esempio, che fine ha fatto l’umanesimo? Si parlò molto delle cosiddette “colpe della cultura”, che era stata incapace di proteggere l’uomo dalla guerra e dalla schiavitù, ma anche perché, allo stesso tempo, solo essa poteva essere in grado di renderlo veramente libero. Nell’articolo di fondo della sua rivista, Vittorini spiegò chiaramente la sua idea di cultura, non solo come consolazione dalle sofferenze, ma come protezione e mutamento civile per eliminare quest’ultime: la società doveva diventare cultura e la cultura diventare società.

“L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo. […] Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo?”

Per proteggere quel “mondo offeso”, Vittorini lottava contro quella dottrina finalizzata all’erudizione, al sapere accumulato, oppure sfruttata come rifugio, consolazione, dall’uomo che voleva isolarsi dai problemi quotidiani; per far ciò, promuoveva nel settimanale una nuova cultura, istruita sui problemi del passato, che fosse in grado di fronteggiare le ingiustizie del presente. Il Politecnico si pose al pubblico come tribuna di libero dibattito, per creare uno scambio intellettuale più largo possibile (anche se l’area comunista prevaleva), per analizzare la situazione internazionale o i problemi della scienza e per sollecitare i giovani ad inviare i loro scritti.

“Il messaggio sostanziale di Vittorini significava questo: io non sono qua a suonare il piffero per la rivoluzione, ma la rivoluzione la faccio da solo, come scrittore, scrivendo quello che voglio.”

L’utopia vittoriniana che si stava realizzando era frutto dello sforzo di adesione, parlando in modo coinvolgente e stimolante, alla realtà, sulla quale per vent’anni aveva operato la censura fascista, che aveva lasciato dietro di sé un’Italia provinciale e arretrata. La riscoperta del Paese divenne oggetto di indagine e di racconto, avviando la corrente del “neorealismo”, i cui scritti occuparono spesso le pagine della rivista, anche se Vittorini polemizzava con chi si affidava troppo all’evidenza dei fatti e non faceva vivere “per virtù artistiche” il documento con assestamenti di comodo. Quello che Vittorini intendeva fare attraverso il suo periodico non era imporre un solo modo di pensare, ma invitare a una ricerca alla radice delle cose, indagando, in base al suo idealismo, le ragioni del comportamento comune. Riprendendo Gramsci e i suoi “Quaderni”, che servirono da mediazione e rimeditazione del PC, Vittorini raccomandava, affinché l’individuo facesse una scelta ponderata sui comportamenti da seguire nella vita, una profonda consapevolezza della realtà, ripristinando il primato della teoria sulla prassi. Informare in maniera ‘asettica’  serve a sviluppare critica e, soprattutto, autocritica; non predicare una verità prefabbricata, ma esserne sempre alla ricerca serve a far prevalere la cultura sulla politica. Non a caso, Vittorini, a seguito delle elezioni per l’Assemblea Costituente del giugno ’46, alle quali venne candidato dal PC, ma non venne eletto, scrisse una lettera alla famiglia:

“Mi dispiace che eravate contenti per la mia vociferata elezione. Ma io sarei stato rovinato […] se fossi andato alla Costituente. […] Ho bisogno assoluto di non aver posizione ufficiale, per avere invece libertà assoluta in quello che posso dire.”

La rivista, inoltre, dava largo spazio alle letterature straniere, significative per il panorama culturale e di notevole impegno, e dal numero 1 al 28, pubblicò a puntate il romanzo tradotto “Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway, uno degli autori più amati da Vittorini. Questa sorta di eclettismo scatenò la polemica del critico ed esponente del PC Mario Alicata, che scrisse un articolo su “Rinascita”, sostenendo che Il Politecnico non fosse in grado di condurre un reale approfondimento culturale, peccando quindi di superficialità per lasciar spazio a scrittori di scarso valore e di posizioni politiche reazionarie, come Hemingway. Nel numero di luglio-agosto del ’46, Vittorini rivendicava il diritto della cultura di cercare la verità attraverso un proprio modus operandi, anche magari commettendo errori, ma non per questo perdendo di validità; se la politica dirigesse la cultura, la chiuderebbe nella parte già trovata della verità, senza volerla far sbagliare, mentre la cultura deve sempre andare alla ricerca del rischio.

“Essa cerca la verità e la politica, se volesse dirigerla, non farebbe che tentare di chiuderla nella parte già trovata della verità. Soprattutto non vorrebbe lasciarla sbagliare, e l’errore è necessario pungolo alla cultura perché si rinnovi.”

Il segretario del PC Palmiro Togliatti, in una lettera pubblicata nel numero settembre-dicembre ’46, appoggiò le tesi di Alicata, accusando Vittorini di “falsa generalizzazione”, in quanto politica e cultura sono strettamente dipendenti tra loro quando si adeguano ai loro obiettivi. Vittorini chiarì subito le proprie posizioni nella lunga “Lettera a Togliatti”, pubblicata nel fascicolo del gennaio-marzo ’47, dichiarando che ogni uomo ha diritto di parlare, non perché possiede la verità, ma perché la ricerca ostinatamente, seppur commettendo degli errori, ed è importante distinguere chi si accontenta di “suonare il piffero” per le rivoluzioni poste dalla politica e chi è davvero rivoluzionario dal punto di vista culturale. Come sosteneva anche Gramsci, la rivoluzione si fa in maniera molecolare, comprendendo gli spostamenti minimi di una società. Chi scrive non deve avere condizionamenti o autorità che gli impongono ciò che deve essere detto, ma questa idea, forse, diede un’impronta troppo individualista al giornale rispetto alla linea politica del PC.

“Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; […] che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre.”

Il messaggio sostanziale di Vittorini significava questo: io non sono qua a suonare il piffero per la rivoluzione, ma la rivoluzione la faccio da solo, come scrittore, scrivendo quello che voglio. La letteratura deve creare crisi, dubbio e critica, poiché solo in questo modo riusciamo a vedere il mondo in maniera diversa. La letteratura moderna, letteratura della crisi, non è sempre come ci aspettiamo proprio perché, essendo la realtà sempre più complessa, crollano i valori tradizionali e solo gli scrittori sono in grado di far capire ciò che non va. Dunque, per avere una cultura al passo con i tempi, occorre tensione nel puntare lo sguardo verso la società; si parla ovviamente di tensione razionale, per cui chi scrive deve essere capace di ragionare, non agire solo d’istinto: il letterato deve diventare una sorta di scienziato.

Purtroppo, come era successo per “Uomini e no” qualche anno prima, gli addetti ai lavori non furono capaci di distinguere la posizione politica dalla parte intellettuale e psicologica di Vittorini; quest’ultima è quella che più conta di un’opera e che la scrittura e l’arte in generale riescono meglio ad esprimere, anche se essa può essere in contrasto con le posizioni razionali e politiche dichiarate. Il PC, negli anni dopo il fascismo, era impegnato in una difficile ricostruzione, perciò non era disposto a tollerare flessibilità o incertezze che ne incrinassero il progetto compatto. Nel dicembre ’47, Il Politecnico, privato della condivisione delle ipotesi e delle iniziative che lo reggevano, pubblicò il suo trentanovesimo e ultimo numero.

Gregorio Volpi

Gregorio Volpi è nato nel 1997 a Città di Castello (PG). Il suo amore per la letteratura italiana lo ha portato a trasferirsi a Bologna, dove è iscritto a Lettere moderne alla Scuola di Lettere e Beni Culturali. Scrive per comprendere meglio se stesso e la realtà che lo circonda.

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