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Ritorniamo a bussare alla porta di casa Fandango, e facciamo visita a Giacomo Cardaci. Classe ‘86, vive a Milano ed è un avvocato.

Con Zucchero e Catrame ci mostra come essere qualcuno di diverso da sé stessi non porti a nulla di buono: è proprio nella distanza tra quello che siamo e quello che proviamo ad essere che possiamo trovare la misura del dolore e la gravità delle conseguenti scelte che si rivelano perlopiù disastrose.

Il protagonista della storia, Cesare, paga questo scotto.

Ora tocca a Giacomo toglierci qualche curiosità.

Iniziamo con un classico: Giacomo e Cesare in che rapporto sono? C’è un po’ di Giacomo in Cesare o c’è un po’ di Cesare in Giacomo?

Giacomo e Cesare sono in un rapporto di continua fusione e scissione. Quando scrivo scavo nei miei ricordi, ma poi faccio “deragliare” la storia: inietto nella mia vita personaggi o eventi inventati, porto alle estreme conseguenze quelli realmente accaduti, do un finale diverso a ciò che mi è accaduto.

L’uso della “cornice”, quella del carcere nel caso del tuo romanzo, è un espediente narrativo che hai scelto a monte o che hai deciso di adottare solo a conclusione della vicenda?

Sapevo che Cesare sarebbe stato arrestato e che la sua ossessione, una volta “fermato” sarebbe stata quella di muoversi tra i suoi ricordi: fare qualcosa che i suoi genitori non gli hanno mai insegnato, ossia guardarsi dentro, scoprirsi; fare i conti con sé stesso, con la propria identità formata e sformata. È nostro dovere farlo.

C’è una figura che mi ha particolarmente colpito: Ines. O Lines, come la chiama Cesare. Hai inserito questo personaggio per sottolineare ancora una volta la distanza che il protagonista sente tra sé e gli altri? 

Lines, nella prima parte del romanzo, è, come il protagonista, vittima delle cattiverie, delle meschinità, degli squallori di altri bambini, e su di lei si concentra una lunga serie di catastrofi: la morte del padre, poi la scomparsa della madre. Lines però riesce a superare il dolore, mentre Cesare ne viene inghiottito, perché il suo dolore è diverso, forse ancora più perturbante: nasce dall’idea di essere sbagliato. È quanto di peggio possa succedere a un bambino.

Lettura e scrittura: come concili le due cose? Se e quanto l’una influenza l’altra?

La lettura influenza la scrittura: quando leggo, prendo appunti e, confesso, copio idee, parole, strutture, frasi, per i miei romanzi. Il primo capitolo di “La stanza di Giovanni” di James Baldwin, uno degli ultimi romanzi che ho letto, è tutto sottolineato, pare un manuale.

Quali sono i generi e gli autori che preferisci leggere e quali invece quelli che proprio non ti vanno giù? Ci suggerisci qualcosa da leggere?

Preferisco i libri intimisti, su personaggi che si frantumano, smarriscono le proprie certezze, su famiglie che si scompongono irreparabilmente, sugli abbandoni. Amo i personaggi in crisi descritti da Domenico Starnone, i suoi incipit, la sua lingua. Non mi piacciono, invece, le scritture lontane dal mio vissuto: il fantasy, il fantascientifico, il giallo, il rosa, il nero. Quando leggo, non voglio evadere dal mio mondo, ma mettere il dito nella piaga tra le mie ferite.

Hai un gruppo di lettura, se non erro.

Sì, ho fondato un gruppo di lettura, l’idea era quella di costruire un gruppo di amiche e amici legati da una passione per la lettura a tematica LGBT. Invito ospiti, soprattutto traduttori, organizzo una petit dejeuner letteraria, cineforum. È un gruppo dove ci si “iscrive”: non amo i gruppi di lettura dove si va e viene dalla porta, come in un supermercato, “questo libro sì, questo no”. È importante costruire legami, riconoscersi nell’altro, esplorarsi. Siamo in tanti, più di quaranta, ma funzioniamo molto bene.

C’è qualche brano musicale legato alla nascita del romanzo? Oppure ci consigli qualcosa da ascoltare dopo averlo letto? Una playlist dal titolo “Zucchero e Catrame” non sarebbe niente male.

Esiste una playlist del libro su Spotify intitolata “Zucchero e catrame”. Ci sono due tipi di canzoni: quelle che ascoltavo nei periodi in cui l’ho scritto. E quelle che ascoltava Cesare, mentre scrivevo di lui.

“Tutto quello che devi fare è scrivere una frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” (Ernest Hemingway). Qual è la frase più vera che hai scritto nel romanzo?

“Sono convinto che il primo germe che ha avvelenato la mia vita si sia insinuato dentro di me durante quel giorno di prima elementare, quando provai la sensazione di essere sbagliato, lurido, davanti alla suora e a mio fratello e a quel pubblico di bambini che, ne ero certo, iniziavano anche loro a pensare che io fossi sbagliato e lurido.”

Tocca anche a te rispondere alla nostra domanda ora: c’è qualcosa che ti agita? Cosa ti rende irrequieto?

Mi rende irrequieto il pensiero che io, o mio marito, i miei fratelli, mia mamma, ci possiamo ammalare, possiamo soffrire, che moriremo. Nella migliore delle ipotesi, questo succederà quando saremo molto anziani, ma il tempo scorre veloce: io vorrei che questo non succedesse mai. Non sono vittima dell’incantesimo di tanti ingenui della mia età: il delirio di eternità. Questo delirio, anzi, mi stupisce molto, e mi fa sentire solo. Tento di godermi ogni istante, ogni sguardo, e di dare un senso morale alla mia vita.

 

Potete trovare la playlist di Zucchero e Catrame qui.

Ha 30 anni (compiuti malvolentieri) e vive in provincia di Caserta. Afferma di non conoscere vie di mezzo perché non ha frequentato la scuola materna. Trova conforto ed ispirazione nella letteratura, nella musica, nel cinema e nelle serie tv adolescenziali. Alcuni suoi racconti brevi sono stati pubblicati da Historica Edizioni e su alcuni blog letterari. Finge di scrivere, ma in realtà ha solo una gran fame. I suoi autori preferiti sono Marquez, Calvino e Benni.

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