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L’autrice protagonista delle Irrequietudini d’Autore di questo mese non ha bisogno di presentazioni, le sue storie parlano da sé: Mia madre è un fiume, suo romanzo d’esordio; Bella mia, candidato al Premio Strega del 2014; L’Arminuta, romanzo vincitore del Premio Campiello 2017 e del Premio Napoli.

Tra le 110 donne dell’anno 2020 nella classifica stilata dal Corriere della Sera, Donatella Di Pietrantonio (che vive a Penne ed è anche una dentista pediatrica) con il suo ultimo romanzo, Borgo Sud, Einaudi, ci fa ritornare in Abruzzo, nel quartiere della marineria. Insieme all’Arminuta, leggendo, rimetteremo piede a Pescara e ci fermeremo ad osservare dalle banchine di Borgo Sud il mare e le reti dei pescatori piene di pesci e di quelle maledizioni che ci tengono legati agli affetti, i quali, simili a noi o dissimili che siano, allo stesso tempo benedicono le nostre disastrate esistenze.

Dalla scollatura del vestito di tutti i giorni ha tirato fuori un seno, non l’avevo mai vista in quella sua parte così intima, bianca, avvizzita dalla fame di sei figli. Lo ha preso tra l’indice e il medio, come nell’atto di offrirlo a un poppante, ha puntato il capezzolo viola.
– Che tu possa essere maledetta per sempre, disgraziata che mi hai messo le mani sopra. Io ti ho dato sangue e latte, io ti maledico.

 

Sapevi già che l’Arminuta sarebbe ritornata in un altro romanzo?

Diciamo che, sin dall’inizio, pensavo di raccontare le vite dell’Arminuta e di Adriana fino all’età adulta, fino alla mezza età. Ma gli anni della loro adolescenza, gli anni successivi al loro primo incontro, erano stati così densi e intensi che avevo sentito l’esigenza di interrompere lì un primo ciclo narrativo. Però poi era rimasto questo non detto sulla loro vita adulta, e sentivo le loro voci ancora molto attive dentro di me, molto vive. Quindi ad un certo punto ho ripreso la narrazione.

Una delle cose che l’Arminuta porta con sé negli anni, quindi anche dal primo romanzo, è il senso di vergogna. Da cosa è dettata questa vergogna?

E’ una vergogna su vari livelli. Intanto, nasce dalla sua particolare e doppia appartenenza a due famiglie diverse, una che l’ha generata e a cui viene poi restituita a 13 anni e una, invece, che l’ha cresciuta dai sei mesi di vita ai 13 anni. Quindi una famiglia povera e numerosa, quella di origine, e l’altra invece piccolo borghese, abbastanza benestante. Per cui, quando l’Arminuta torna al paese, si ritrova in questo ambiente familiare estraneo, con codici e regole completamente diverse dall’altra famiglia, che ha sempre considerato la sua famiglia, fino al momento della restituzione. C’è questo senso di vergogna di essere figlia, invece, di questi genitori così ignoranti, non solo perché non hanno studiato, non sono andati a scuola, ma anche ignoranti della lingua degli affetti.

Leggendo il tuo libro ho trovato forte la presenza del corpo: le mani esperte di Adriana nel pulire il pesce, il contatto dell’Arminuta col corpo estraneo della madre. Insomma, come fa la parola scritta a stimolare così tanto il tatto?

A me viene molto naturale incarnare la scrittura nel corpo reale. Trovo, per quanto mi riguarda, che sia preferibile far passare la narrazione attraverso i sensi, le impressioni fisiche, far vedere come quello che sentiamo in termini di emozioni si riflette sul corpo, piuttosto che stare lì a spiegare, descrivere i sentimenti. Anche perché noi non solo abbiamo un corpo, ma siamo un corpo, siamo un’unità di mente e corpo. Per cui non vedo la differenza, non vedo la separazione. La separazione cartesiana tra mente e corpo, res cogitans e res extensa è superata da tanto, ecco, quindi per me è un’operazione assolutamente spontanea e naturale quella di lavorare sul corpo.

Come riesci a conciliare la scrittura con la vita lavorativa?

Svegliandomi alle cinque di mattina e andando a dormire a mezzanotte. Cercando di sfruttare al massimo il tempo disponibile a scapito, ovviamente, del riposo. Sfruttando qualsiasi momento, anche quello della Domenica, per cercare disperatamente di tenere tutto insieme. Poi, quando c’è una forte motivazione, come è per me quella della scrittura, il tempo lo si trova, lo si moltiplica, diventa una specie di realtà aumentata. Io mi sveglio alle cinque ma senza bisogno di sentire il trillo della sveglia, è una spinta interna forte che mi porta ad aprire gli occhi.

Il poco tempo che rimane dopo aver lavorato, mangiato, dormito e avuto quel poco di vita sociale che il mondo si aspetta da noi è forse la scusa più comune di chi non riesce a scrivere. Qual è la tua scusa?

La scusa per non riuscire a scrivere? Non ce l’ho. Per me è sempre una priorità, è un’urgenza. Certo, se non ho niente da dire, non scrivo. Ma se ho qualcosa da dire, non ci sono scuse che tengano. Preferisco trascurare altri aspetti della vita che ritengo meno importanti per me, e scrivere.

Ci sono dei brani musicali legati al romanzo o alla sua stesura? Cosa dovrebbe ascoltare chi legge il tuo libro per immergersi ancora di più nelle atmosfere di Bordo sud? 

Consigliare, non so. Posso dire che musica ho ascoltato io durante la stesura. Non so se possa piacere o meno ai lettori, io ho ascoltato molto Nick Cave, l’ultimo suo lavoro, Ghosteen, tutto il cd, non saprei dire un brano in particolare, tutto il cd, che mi ha molto stregata. Poi ho ascoltato anche molto Max Richter.

E ora anche per te le parole di qualcun altro da commentare:

“E’ vero che a un certo punto della nostra vita i rimorsi li inzuppiamo nel caffè la mattina come biscotti.” Natalia Ginzburg

Beh, è una frase molto bella e molto ginzburghiana. Anche molto vera, io credo. In età matura, se ci guardiamo indietro, con un minimo di onestà, non possiamo non averne di rimpianti, di rimorsi, sulle cose perdute, su quello che abbiamo disperso per strada. Io non credo mai alle persone che dicono “non ho rimpianti, non ho rimorsi”, o perlomeno posso anche credergli ma mi resta forte il dubbio che non stiano raccontando la verità a sé stessi. L’unica verità che dice chi sostiene di non avere rimorsi è che non ha il coraggio di averne.

Cosa ti agita? C’è qualcosa che ti rende irrequieta?

Sì, qualcosa di molto generale, universale. La morte, per esempio. Il pensiero della morte che ci riguarda tutti e da cui non si sfugge. Per cui io penso che questo pensiero, che non credo riguardi solo me, ci agiti tutti ma, nello stesso tempo, sia anche un potentissimo motore per fare finché siamo in vita, per lasciare anche una traccia del nostro passaggio sulla terra.

Ha 30 anni (compiuti malvolentieri) e vive in provincia di Caserta. Afferma di non conoscere vie di mezzo perché non ha frequentato la scuola materna. Trova conforto ed ispirazione nella letteratura, nella musica, nel cinema e nelle serie tv adolescenziali. Alcuni suoi racconti brevi sono stati pubblicati da Historica Edizioni e su alcuni blog letterari. Finge di scrivere, ma in realtà ha solo una gran fame. I suoi autori preferiti sono Marquez, Calvino e Benni.

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