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La seconda persona che sottoponiamo allo screening delle irrequietudini è l’autrice del romanzo L’esercizio (La nave di Teseo): Claudia Petrucci.

Attualmente semifinalista al Premio letterario John Fante Opera Prima 2020, Claudia si è laureata in Lettere moderne e ha vissuto a Milano, attualmente vive in Australia, domani chissà.

Con il suo romanzo d’esordio ci catapulta, senza chiedere il nostro consenso, su di un palcoscenico e ci lascia lì, da soli, forse a riflettere su quello che siamo e quello che non siamo, quello che vogliamo e quello che sappiamo di non volere. O forse è tutto il contrario di tutto. 

Il problema sta proprio qui: Filippo, Giorgia e Mauro, protagonisti in vari modi della vicenda, quasi ci lasciano intendere che la verità sta tutta lì, nella finzione. Che poi, forse, finzione non è. 

Insomma, leggi un romanzo per cercare una risposta e invece ti ritrovi con una lista di domande lunga quanto quella dei libri che vorresti leggere o quella dei film che vorresti vedere. 

Quindi, per voluta ripicca, le poniamo qualche domanda fastidiosa.

Innanzitutto, con quale Claudia stiamo parlando? (Questa è un po’ un’infamata, sì).

Ma no, che infamata? Sono perfettamente a mio agio con le mie molteplici identità fittizie – e anche con quelle non fittizie. Ad ogni modo: state parlando con Claudia Petrucci, avatar ufficiale.

Confortante. Proseguiamo. Il labirinto di riflessione dentro il quale abbandoni il lettore nel tuo romanzo sembra non avere via d’uscita, né un centro con Coppa Tremaghi da raggiungere. Quindi questo esercizio porta da qualche parte o no?

È un libro con un finale aperto. Il finale aperto è il mio tributo alla libertà dei lettori, un vezzo con cui firmavo i primi racconti che è poi diventato pratica consolidata con L’esercizio. Mi piace l’idea di una dimensione narrativa che funzioni come un test di Rorschach: più ambiguo è il disegno, più ampio è il potenziale spettro di indagine. Il mio romanzo porta dove il lettore sceglie di essere portato. 

Leggendo il tuo libro, mi sono quasi aggrappata al personaggio di Amelia, come se fosse un’isola di pace in cui non si sente la necessità di recitare. Mi dirai che è una di quelle cantonate colossali o hai davvero usato il suo personaggio come “ammortizzatore”?

Nessuna cantonata! La presenza di Amelia è uno dei miei trucchi preferiti. L’inserimento di un “puro” permette di esporre le contraddizioni interne alle dinamiche relazionali tra personaggi. Il puro esperisce il bene nel male e il male nel bene, come fa Amelia ne L’esercizio, offrendoci una visione più precisa delle verità intime di Mauro e Filippo, e perfino di Giorgia. Amelia ci conferma che non esistono totale malvagità e totale bontà, piuttosto un continuo ribaltamento di valori, una momentanea polarizzazione del disequilibrio.

Qual è la cosa che hai odiato di più lavorando al tuo romanzo?

La cosa che ho odiato di più è anche quella che mi è stata più utile: la scaletta. Difficilissimi i tre giorni in cui mi sono costretta a iniziarla e concluderla. In generale non mi piace sapere in anticipo dove sto andando, ma con un romanzo è necessario.

Qual è invece il tuo esercizio? 

Di che esercizio parliamo?

Il mio esercizio fisico quotidiano, anche quando sono costretta a sospendere qualsiasi altro tipo di allenamento, è camminare.

Il mio esercizio interiore è sviluppare pazienza, autodisciplina e autocontrollo, qualità che in me non sono innate.

Il mio esercizio di scrittura è lavorare costantemente a nuove armonie della lingua.

Nella chiacchierata precedente, Jonathan Bazzi ci ha consigliato una playlist legata al suo libro. Hai suggerimenti musicali per noi da ascoltare dopo aver letto L’esercizio?

Due pezzi strumentali di riferimento, su questi è nato L’esercizio: Insight XVIII di Julien Marchal e Table for Two di Abel Korzeniowski (dalla colonna sonora di Animali notturni).

“Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore” (Joseph Conrad). Cosa hai da dire su questa faccenda?

Chi sono io per contraddire Joseph Conrad? Questa domanda fa il paio con quella del punto due: viva il lettore, viva la sua autonomia di movimento nell’opera.

Non resta che la domanda di rito: c’è qualcosa che ti agita? Cosa ti rende irrequieta?

L’attesa. All’attesa preferisco istintivamente sempre una decisione, anche avventata, che faccia saltare tutto in aria. L’ho già detto, che la pazienza non è il mio forte?

 

Vi consigliamo l’ascolto dei brani, suggeriti da Claudia, che trovate qui.

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Anna Mascia Verrillo

Ha 30 anni (compiuti malvolentieri) e vive in provincia di Caserta. Afferma di non conoscere vie di mezzo perché non ha frequentato la scuola materna. Trova conforto ed ispirazione nella letteratura, nella musica, nel cinema e nelle serie tv adolescenziali. Alcuni suoi racconti brevi sono stati pubblicati da Historica Edizioni e su alcuni blog letterari. Finge di scrivere, ma in realtà ha solo una gran fame. I suoi autori preferiti sono Marquez, Calvino e Benni.

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